martedì 7 dicembre 2010

CE L'ABBIAMO NEL DIDIETRO!

non so perché abbia un accezione negativa questa espressione. del resto le ragioni dei modi di dire legati alla sessualità sono incomprensibili: in Italia per definire qualcosa di positivo si usa l'organo genitale femminile e per una sciocchezza quello maschile. in Spagna succede esattamente il contrario: "coño" è una scemenza, anche se manca l'attribuzione favorevole legata al membro virile che ci dovrebbe essere per senso di giustizia (solo immaginarlo fa ridere). forse succede quel che capita nel soffritto: semplicemente, noi facciamo il risotto con la cipolla e loro per la paella o altri piatti di riso usano l'aglio.
comunque torniamo al culo: il 1° gennaio scorso, sera della proiezione di "+ o - il sesso confuso", film di del post precedente, andando verso il cinema sono passato davanti alla vendita automatica notturna di una farmacia di quartiere.

altro che "sesso confuso"! a festeggiare la giornata mondiale dell'AIDS c'erano ben disposti tutti i tipi di preservativo (forse complemento troppo poco usato se la preoccupante notizia della settimana è stata che ormai, nella triste gara per il numero di contaminati dall'hiv, gli etero battono spesso gli omo, e molti sono i giovanissimi).
quel che più mi diverte è (foto sopra) l'assortimento di oggettistica erotica tipo vibratori di varia forma e grandezza o le palline da infilare qui e là... sarebbero stati tempo fa esclusiva dei sex shop o di quei malati sessuali dei gay, ed eccoli in farmacia... ma forse tutto è stato sdoganato dal marketing Durex e nobilitato da Corso Como 10 che vende dildo firmati senza troppi problemi.

ma guarda bene. cosa ti spicca sotto le caramelle contro il mal gola, a centro vetrina e quasi ad altezza occhio? immagino quindi sia un articolo molto richiesto, se lo mettono lì, nella vetrina di via Giambellino... è uno scalolotto ingombrante e per niente fashion: il clistere per preparare il rapporto anale!!! né designer item, né cult: semplicemente igiene. e non esiste una comunità di gay sodomiti sfrenati in zona, per quanto io sappia. ma allora hanno ragione le donne quando si lamentano che gli uomini vogliono ormai solo quello! sono cambiate le abitudini del Giambellino quando si passava il tempo nei trani a go-go (leggi osterie). e sono vissuto abbastanza per vederlo.

sabato 4 dicembre 2010

SENZA FARE DRAMMI + o -

ho visto un documentario che merita questo nome. ossia documenta in modo onesto, forte, sincero, semplice. si chiama "+ o - il sesso confuso" e mi piace già dal nome che prende in prestito un cinciafrascamento prenditempo (odio i modi di dire tipo "cioè", "al limite", "quant'altro") per parlare di un tema complesso; anzi -per contrappunto- quel "più o meno" di chi non ha argomenti coincide linguisticamente col destino di essere sieropositivi o sieronegativi. senza fare troppi drammi. la morale che mia madre darebbe probabilmente del film è "siamo qui di passaggio". la mia è "speravano di toglierci dalle palle alla svelta".

se ti capita, non perdere "+ o - il sesso confuso. racconti di mondi nell'era Aids". oppure compralo. perchè andrebbe trasmesso alle 8 di sera in TV, ma non succederà.
"+ o - il sesso confuso" documenta tante cose strettamente intrecciate fra loro in modo complesso e scioglie i nodi / le difficoltà attraverso le testimonianze personali di una ventina di persone (ben scelte!), e con intelligente successione riesce a distribuire temi difficili su una scala temporale.
"+ o - il sesso confuso" ricorda prima di tutto la sberla ricevuta dagli omosessuali come singoli e "comunità" all'arrivo dell'hiv (come ricorda Andrea Pini, il virus ha messo in ginocchio i primi tentativi di costruire qualcosa di coerente gay o lesbico in Italia. dalla malattia non c'era nessuna salvezza, anzi all'inizio non c'era nessuna cura, semplicemente aspettavi di morire*. se non bastava questo i malati avevano anche un mondo di merda intorno a loro. ad esempio, un valente e combattivo sacerdote racconta che le famiglie non rispondevano alle sue lettere o rispedivano la fede d'oro o l'oggettino che il morto gli aveva pregato di spedire loro come ricordo. "figlio di un cane" in questo caso è un'offesa ai cani.
documenta anche che l'AIDS non è purtroppo stato un'occasione di crescita umana per l'intera società: anzi proprio il fatto che andasse a colpire con preferenza comportamenti con cui la società umana fatica a fare in conti (e su cui le Chiese o le industrie farmaceutiche fanno invece conto, eccome) non ha permesso di affrontare l'emergenza come si sarebbe potuto. l'hiv è un virus simbiotico con l'ignoranza e il pregiudizio.

"+ o - il sesso confuso" ha poi il coraggio di affrontare il tema del barebacking (ossia farlo senza condom, come scelta intenzionale o per provare un piacere più intenso) e ha il coraggio di dire che è ormai un comportamento di massa. per i gay dov'è forse sintomo della mancanza di autostima (suicidio collettivo? sindrome di James Dean?). comincia a dire come stanno davvero le cose, come se gli omosessuali non avendo poco da perdere si giocano alla roulette russa anche quello. gli etero, poveretti, neppure si pongono il problema. anzi, intervistati in una scuola, i ggiovani dicono che basta la pillola, e una cretinetti qualsiasi arriva a dire - anno 2010 - chi lo deve usare sono forse gli omosessuali che "se la sono cercata".
ma le ragioni di chi non vuole usare la gomma sono presentate, e in un paese dove la parola "preservativo" non si poteva neanche pronunciare in TV (fu una rivoluzione con il governo Prodi se Livia Turco, Ministro della Salute, lo permise), dove tutti lo infilano facendo finta di niente, come le passione fosse una scusa.

"+ o - il sesso confuso" dice anche una cosa straordinaria dal punto di vista scientifico, che non sapevo: che se tutti facessimo regolarmente il test, e lo si identificasse subito si potrebbe controllare il virus e metterlo in un angolo, abbassarne la presenza e la pericolosità F_I_N_O___A___R_E_N_D_E_R_L_O Q_U_A_S_I___I_N_E_R_T_E.
purtroppo è davvero difficile perché è l'hiv è un virus che fa comodo: mette in gioco la percezione che abbiamo di noi stessi, porta in campo la morale e le paure, si muove nella zona meno codificata dell'esistenza e soprattutto dà una bella mano a interessi di dominio spirituale della Chiesa prima e profitti delle case farmaceutiche.
ovvio, se questa chiamata alla responsabilità collettiva permettesse di eliminare davvero il virus sarebbe una bella sfida, e richiederebbe poco più che una vaccinazione! ma non vedo proprio chi abbia il titolo, la forza e la voglia di esserne propulsore.

a coerente epilogo di quel che il documentario denuncia, il 1° dicembre 2010 (giornata mondiale dell'AIDS) alla proiezione presso il cinema Mexico di Milano (forse mal pubblicizzata) eravamo al massimo 10 persone, tra cui il presidente della Lila Milano. anche questo dobbiamo dire, mentre i bar, le saune e i sex club erano pieni.

"+ o - il sesso confuso. racconti di mondi nell'era Aids" ha anche un bellissimo sito web. facciamogli onore lì, e spero il sito del film si trasformi in qualcosa di più.

*** lo so bene: negli anni più duri dell'epidemia senza medicine sono stato ricoverato nel tristemente noto reparto infettivi dell'Ospedale Sacco di Milano per epatite A. ero isolato -pur non essendo direttamente infettivo- e dovevo parlare con chi veniva a trovarmi tramite un telefono di gommapiuma da dietro il vetro.
mi ricordo che una volta vidi passare nel corridoio per far visita a un paziente un uomo bellissimo, tipo orso, con un mazzo di rose rosse. davvero difficile non notarlo. non dimenticherò mai la sua dignità che faceva a pugni con una rassegnazione senza misura. era mio fratello. e da quel giorno aspettavo passasse, nella speranza di fargli un cenno e consolarlo (capirai che consolazione, un tipo in pigiama che ti sorride dall'acquario). ho ringraziato per i 20 giorni 20 del ricovero il mio brutto carattere, il fatto di "non piacere a molti" o che -figlio di gente comune- avessi dovuto studiare con ben poco tempo libero per scopare. e benedette le mie pretese di trovare principe azzurro senza sperare di trovarlo in un parco. ero ricoverato per epatite, e sapevo di aver avuto un gran culo.

sabato 20 novembre 2010

ECCE OMO, MA QUALE?

Ho appena letto un libro molto bello (e lontano dal periodo di lancio come mi capita di fare con i libri o i film da cui spero qualcosa ma che sono oggetto di troppa attenzione pubblica): “Ecce Omo” di Franco Grillini. Conosco Franco da anni, addirittura dal tempo di un mitico campeggio organizzato dalla rivista Babilonia a Vieste, sul Gargano. Mi ospitò una o due notti nella sua tenda!, ma niente colpi di scema. I nostri universi di desiderio non s’incontrano neppure di sbieco. Lo stimo molto, sono stato suo complice, penso sia una persona che ha cambiato l’Italia solo per il fatto di esserci con semplicità, puntualità, ostinazione e ironia (le doti elencate non sono in ordine d’importanza).

Ho scoperto tra l’altro che anche lui ha come libro cult Omosessuali Moderni di Marzio Barbagli e Asher Colombo che dovrebbe essere, nella mia Italia ideale, un libro di testo nei primi anni delle scuole superiori. Spiega tra l'altro che gli "etero" avrebbero molto da imparare, in quanto a strategie di difesa e resistenza della coppia, da chi vive un amore così messo alla berlina come quello omosessuale.

Grillini racconta l’Italia che è stata, ed è molto cambiata, con una verve davvero unica. Sono socialista come Oscar Wilde e invidio la sua semplicità, quel senso dello humour sdrammatizzante. Leggi, e ti sembra di sentire il suo accento bolognese. Ho trovato nel libro anche diversi episodi/aneddoti che solo lui può raccontare (sulla presenza di omosessuali nel parlamento italiano o la pruriginosa, paranoica, vigliacca "percezione della cosa” in Parlamento, ad esempio). "Ecce Omo" finisce anche in maniera ottimista, considerando l'incredibile cambiamento epocale che il web comporta per noi uomini che desideriamo gli uomini e per le donne che desiderano le donne.

Che coincidenza!, la lettura del libro è avvenuta per me con la scoperta dei nuovi sistemi di cucco tramite i-Phone (Grindr, Scruff U4Bear etc), ossia il software che aiuta oggi a individuare l’omo di buona volontà a procacciarsi il pene quotidiano.

E' stato un forte mash-up di sentimenti: l’evocazione di un'epoca, della sua famiglia d’origine così diversa e così simile alla mia, fino a respirare l’atmosfera carica di odio o indifferenza che anni fa ci ha spinto ad impegnarci ... E insieme prendere atto di “cosa sta succedendo” oggi, il gaysmo 3.0 (a far da ciliegina -coerenza e paradosso- ci sarebbe che Grillini è un technofreak, deciso appassionato di nuove tecnologie telefoniniche o computerotiche).

Il sistema degli applicativi per iPhone è un capitolo nuovo dell’umanità che rappresentiamo. E’ il nuovo battuage (luogo di incontri occasionali dettati dal desiderio) con i gradi di separazione misurati dalla rilevazione satellitare. Ama il tuo prossimo, e misura i chilometri, anzi i metri di distanza. E non cosa niente. Per ora, è gratis come il desiderio.
Capisco perché Chris Anderson, il direttore Wired US dice che il web è morto. Per incasinato che sia, il web è un discorso, una rete di discorsi. Non puoi certo seguire tutto, ma devi costruire o trovare il tuo filo rosso. Le app lo cambian todo, e diventano una vera estensione di te. Anche se sono un po' come i popcorn: li mangi di gusto ma non sai se ti hanno sfamato o sono stati solo un passatempo mentre guardavi la vita (il film) passare.

Comunque non c’è più bisogno del parco, persino il gaydar (la rilevazione istintiva della presenza di un altro come te che ti passa accanto) può quasi andare in pensione. E quante tipologie "gay" nuove e vecchie sembra di veder comparire tutte insieme sulla scena: “maschi veri” che forse un tempo si sarebbero sposati, ultime tendenze, solite cretine, tipi con tanti tatuaggi da sembrare un codice miniato, orsi paradossali, maschi incredibili solo passivi, timidoni da fermoposta di un tempo che si convertono alla elettrochat. Un censimento. Retto da inconsistenza e prepotenza insieme. Un misto di tracotanza esibita, fragilità percepibile, molta nevrosi. Innovazione nei difetti di sempre.
Forse (direbbero le donne lesbiche, più portate all'amicizia stile alveare) la finta vicinanza elettronica conferma, amplifica e aiuta la paura dell'amore. Anche in questo siamo cambiati molto eppure no. Cerchi uno sguardo che s'interseca al tuo, ma tanto sai che è solo un telecomando, e al massimo sarà solo una scopata in più.

Da un lato la app continua il lavoro fatto dal web nel ridefinire l’idea stessa d'identità e di rapporto: permette una confidenza assoluta, intima, prima inimmaginabile. Sviluppi questa confidenza prima di avere la persona a fianco; è my life in a quadratino... fino a che vedi le persone nella vita reale e ti domandi come ci starebbero in un riquadro di un social network (o se lì le avresti apprezzate). Grazie ad Internet e al suo censimento, la presenza omosessuale diventa un urlo d’amore, con possibilità di autodifesa finora inimmaginabili.

Eppure, allo stesso tempo, la modalità elettronica delle app aliena, astrae, ingigantisce i luoghi comuni, le difficoltà che dall'istinto partono e che la cultura vigente aiuta a non risolvere. L'autostima manca, le scorciatoie abbondano. E qui si fa sulla vanagloria maschile, uguale a quella dei maschi etero: l'uomo vuole cuccare, ripetutamente. Il Don Giovanni non è etero né gay. Anzi l'omo che va con l'omo è il Don Giovanni che si è liberato d'ogni impiccio.

Il primo ragazzo cui ho parlato via iPhone ha profetizzato dopo un po' "Vedrai,sarà solo una perdita di tempo". Ma ho pensato che si deludeva troppo presto, perché cresce ogni giorno il numero degli adepti, mi pare.
Certo, la modalità è quella che è, e non si può immaginare di articolare grandi discorsi sulla tastierina dell’iPhone o similare. Ma la voracità affermativa dalla compulsività maschile sposta le frontiere del nuovo battuage sulla scena elettronica. Omosessuali modernissimi. Lo psicodramma d'amore continua, misto a disistima di sé, voglia di tagliar corto per "arrivare al dunque", bisogno di coprire la solitudine.
Sarà un un po’ da schiavi che non sanno ancora cosa fare della libertà?
La Zia Tom è tra noi.

lunedì 15 novembre 2010

ALTRO CHE PORCELLANA.

Ho fatto doppietta dello stesso attore, e dopo "Mammouth" ho visto "Potiche, La Bella Statuina", ultima opera dell'inquieto, poliedrico, polimorfo e perverso François Ozon.
Depardieu anche qui è tanto bravo quanto fisicamente immenso, nei panni del deputato comunista (grazie allo spot prima del film ho visto che è bravo anche in pubblicità e d'ora in poi consumerò Cirio).
Ma in "Potiche" gli tiene testa, e lo batte, Catherine Deneuve, la Marianna regina del mondo laico che ha per capitale Parigi, che mi piace ricordare è stata compagna di Marcello Mastroianni.
Icona lesbica e gay (2 cose molto difficili da avere insieme), donna che vive nel suo arrondisement protetta da vicini di casa e bottegai contro l'invadenza di media e paparazzi e in un'intervista a Venezia risponde al giornalista che le chiede se si sente una privilegiate "già mi vergogno di doverle concedere l'intervista su questa terrazza".
Seguo Ozon dal suo primo cortometraggio "Une robe d'eté" e dall'inquieto "Sitcom": trovo che sia un maestro al di sopra dei generi cinematografici che scavalca, unisce e deride per fare film molto personali.
In "Potiche" vediamo un lavoro di analisi sull'intelligenza femminile, o se dovessi parafrasare Fiorella Mannoia "Quello che le donne fanno finta di non capire". Eppure non c'è niente di non detto. Il paradosso del camp e del surreale entra nella trama di un film borghese per completare e demistificare la realtà (come succede anche in "Mammouth", l'altro film con Depardiaeu protagonista attualmente sugli schermi, ma in modo più bonario).
Ne viene fuori un film storico sull'arrivo nella società del potere femminile, in modo molto inaspettato. Racconta una Margaret Thatcher con l'intelligenza di Vivienne Westwood e la voce di Mirelle Mathieu. Qualcosa che solo in Francia si può avere, volendolo.
François Ozon è un caso unico, un autore apertamente, radicalmente, evidentemente gay anche quando non tratta un tema gay. Porta a ingrediente quel certo non so che, il segreto pubblico, l'amore che non osa pronunciare il suo nome, la bugia che dice la verità etc.
Rainer Werner Fassbinder potrebbe amare, Pedro Almodovar ha molto da invidiare.

domenica 14 novembre 2010

MAMMOUTH.


Non abbiamo più libretto di istruzioni, è quel che che è, forse la razza umana è un esperimento fallito, difficile comunicare tra le generazioni anzi difficile comunicare, la liberazione non è più possibile, il consumismo ha mangiato tutto e resta solo la guerra tra poveri però possiamo anzi dobbiamo distruggere tutti i luoghi comuni dell'immaginario collettivo segnati dal minimo comun denominatore americano. Ripartiamo dall'istinto, da quel che ci pare, dall'amore. Il futuro non sarà più quello di una volta, ma nulla va perduto e ognuno faccia, del suo, quel che può.

E' Mammouth, un film che cambia il cinema, un vero noir dell'anima. Da Benoit Delépine e Gustave Kervern, i registi di Louise Michel, con un Depardieu che supera De Niro: icona vivente, Yolande Moreau che si conferma attrice assoluta, Isabella Adjani che ha esagerato con le plastiche facciali. E Miss Ming, il futuro.

mercoledì 3 novembre 2010

LO STATO DELLE COSCE.

In un evento chiamato Motorshow (il che già la dice lungo e duro) l'attuale Presidente del Consiglio Italiano esibisce il motore che ha (o pensa di avere) tra le gambe: ''Meglio essere appassionati di belle ragazze che gay''. Molta gente civile è saltata sulla sedia (non mentre parlava: applaudivano), gay e lesbiche si sono offesi, tutti i media del mondo ne hanno parlato.
A me succede molto poco, la cosa non mi stupisce né mi fa arrabbiare. E mi chiedo il perché di quest'indifferenza; proprio io che ho per immagine di profilo facebook la mia ostilità come italiano verso quest'uomo indegno. Aspetto che reagiscano altri, più titolati o famosi di me, come la signora De Santis, Presidente dell'AGEDO o il fin troppo misurato Nichi Vendola. E' che mi sento una pila esausta. Poi ascoltando Vincent Delerm e una canzone, "Un temps pour tout", capisco. Forse il suono della lingua francese aiuta l'introspezione.

Mi domandano molte volte se ho subito danni per omofobia, se ne ho sentito il peso, e sono sicuro di sì. Tanta, troppa, una valanga non misurabile. Ma quando me lo chiedono esito a rispondere: per pudore o per evitare di sembrare un baüscia, il martire che si fa bello delle proprie ferite. La traiettoria umana e professionale di un uomo affermativo come me, un affabulatore (a volte encantador come mi dicono lusingandomi gli spagnoli), uno che nella vita ha avuto buon successo e visibilità professionale, sembrerebbe dimostrare il contrario della discriminazione.
Ma so soltanto io quanto tutto questo mi è costato "nonostante" la mia omosessualità. E sottolineo che se anche fosse "grazie a", non sarebbe differente. Anzi, forse sarebbe peggio.

E' che sull'omosessualità si punta troppo l'attenzione, e in modo squallido. E' come se mentre fanno finta di ascoltarti ti guardassero la patta, per scoprire se qualcosa si muove. E se sei una donna si domandano come fai a non riempire il tuo tempio libero con il sacro mattarello. Un orrore infinito.
Mi è capitato di pensare a questo "difetto di normalità" recentemente, nell'ultima posizione lavorativa "prestigiosa", Direttore Creativo in un'agenzia di pubblicità dov'ero accettato come niente fosse. Appunto "come niente fosse". Come se io nella vita quotidiana immaginassi il tipo di coito che il cretinetti tollerante di turno ha. Ma non è come se niente fosse: le montagne di fango davanti alla porta di casa ho dovuto spalarle via io. La discriminazione è nella parola stessa. E poi, che ridere, ero il capo. Fossi stato l'ultimo degli ultimi, senza un armatura caratteriale e una posizione a difendermi?

Noi, uomini che desideriamo gli uomini o le donne che amano le donne, viviamo sotto dittatura. Life during wartime, cantavano i Talking Heads. Ed è come se ci nascondessimo nei rifugi quando cadono le bombe, magari bombe del fuoco amico tipo gli stilisti o la moda o lo sfruttamento della nostra sessualità per farne carne da McChicken. Il consumismo ci libera e ci sfrutta.

Come sogno la banalizzazione dell'omosessualità!, delle sue presunte differenze magiche e delle proiezioni che su questo desiderio / orientamento fanno la cultura ufficiale, la religione, il senso comune. Come auguro che nelle prossime generazioni diventi un particolare meno significante (succederà mai?), un tratto del carattere.
Certo, bisognerebbe insegnare nelle scuole la parità di amore, le regole di comportamento corretto verso sé e gli altri. Ma dubito, proprio per questo, che il cambiamento avverrà. La paura, diceva Rainer Werner Fassbinder, mangia l'anima.

Mentre la guerra e i bombardamenti continuano, rispetto (anche se ho fatto la scelta opposta) gli uomini e donne che restano nascosti nell'armadio, comodo e sicuro, coperti da una moglie (che gli spagnoli chiamano tapadera) o da un marito (chissà che definizione ne daremmo, non è un caso che non esista).
E resta la domanda: se vivremo più liberi non rischieremo di perdere l'ispirazione o quella particolarità che ci contraddistingue? E' quel che si domandava Dominique Fernandez anni fa in un illuminate saggio "Il ratto di Ganimede". Poi è arrivata internet, e ciascuno di noi con un po' di buona volontà può trovare conferme, amici, fidanzamenti, sesso a volontà (sempre restando attenti a non diventare carne per McChicken).
Ma con il rimpianto targato "si stava meglio quando si stava peggio" non saremmo mai arrivati a un Presidente come Barack Obama. E certo, Obama non ha fatto neanche un decimo di quel che avrebbe dovuto rispetto a quanto promesso ed è già in crisi, coi fascisti 3.0 del Tea Party che si presentano moderni e spigliati per riaffermare il peggio, invadere un altro Iraq e lasciar morire gli ammalati poveri. Questo ci fa domandare se la coscienza, l'autopercezione (quello che ci differenzia dagli animali) non si trasforma in menzogna e non dimostri che la razza umana è un esperimento fallito. Può essere, ma finché stiamo qui non diamola vinta.

Ma tornando al campo della sessualità, dove l'autopercezione lo cambia todo (gli animali ci mettono 15 secondi per raggiungere l'orgasmo, noi scriviamo la Divina Commedia o Alla Ricerca del Tempo Perduto). E un aspetto "incatalogabile" come il desiderio e l'amore per le persone del proprio sesso manda tutto in tilt. Religioni (specie quelle monoteiste, con il dio vigile urbano) e i poteri consacrati ci speculano da sempre. Come può stupire se non lo faccia al Motorshow il Silvioshow?

Né consola l'acquitrino che ci circonda. Facciamo un giro nelle pagine web o faccialibro dedicati alla notizia. "Berlusconi vuol rendere capro espiatorio la categoria più debole i gay per distogliere l'opinione pubblica dai suoi casini", osserva un anonimo commentatore su internet. Il problema, a me sembra, è l'anonimato del commentatore. Qualcuno se la prende con chi, nel video della dichiarazione omofoba, saluta la frase con gli applausi. Ma è difficile immaginare che al Motorshow si applauda a Martine Rothblatt.
Una tale Giorgia difende il Premier dalle accuse degli avversari politici: “Ma l’On.le Di Pietro perchè si scalda cosi? Che c’azzecca con i gay?“. (dobbiamo leggere "...ma come? è maschio anche Di Pietro! mi farei montare da lui più che da Berlusconi!"). Poi c'è una certa Silvia: ”Il Presidente ha detto che non è gay. Famiglia Cristiana cosa dirà oggi? Lo criticherà?“ (ricordiamo che il Giornale di casa Berlusconi, accusando di omosessualità il direttore del quotidiano cattolico Avvenire, lo costrinse alle dimissioni). E c'è anche chi dice: “Cara sinistra, invece di pensare a chi gradisce le donne perchè non pensate ai Sircana e ai Marrazzi vostri?“. E non ne usciremo presto, a sentire un giornale che visto dall'Italia pare comunista, l'americano Time: "Mediaset ha determinato un cambio di gusti tanto profondo che per i prossimi 30 anni gli italiani saranno più berlusconizzati di Berlusconi.”. Anche perché Papi non ha fatto altro altro che dare valore e personificare come vincente la pattumiera mentale che c'era prima.

Parlano tutti, e noi siamo costretti a vivere sotto i bombardamenti. Ma almeno c'è intorno il mondo che ci regala un lieto intervallo: le dichiarazioni a proposito di Julienne Moore, un mio idolo di tutta la vita. Non basta, ma consola.

martedì 26 ottobre 2010

COSA RACCOGLIAMO INSIEME ALLE ARANCE.

Un pomeriggio di qualche giorno fa in via Dante (centro città di Milano) ho risposto sbrigativamente, con un gesto di stizza, a un ragazzo di colore che voleva vendermi qualcosa (libri, immagino). Avevo le mie ragioni, temevo d'aver perso il portafogli. Ma mi ha colpito la naturalezza e l'incredulità bonaria con cui lui ha reagito: "Eh, ma non vuoi parlare con me?". Per fortuna poi ho ritrovato il portafoglio, e quella stessa sera ho visto un film al Mexico di Milano, il cinema che è (quasi sempre) una garanzia. Era "Il Sangue Verde", premiato a Venezia e che ho perso quando l'hanno trasmesso su RAI3 che lo coproduce. Ero felicissimo di vederlo su grande schermo, in una serata organizzata da La Terra Trema, gruppo di riflessione e azione sui temi dell'alimentazione, agricoltura e allevamento sostenibili.

Il film mi ha fatto ripensare al ragazzo del pomeriggio e vergognare d'essere italiano e forse anche di essere umano. Il regista Andrea Segre racconta con umanità i fatti di Rosarno di qualche mese fa. Il punto di vista è quello della manodopera, ragazzi di colore intelligenti ma che parlano inglese o francese e non italiano (si sa, capita).
Il film incrocia sapientemente la loro storia e la cronaca con i problemi delle terre di Calabria che li hanno ospitati e respinti. Strappate al latifondo per darle al lavoro di piccoli agricoltori con le lotte degli anni '50 sono state poi espropriate dai soldi arrivati con lo "sviluppo" e le autostrade (i costruttori di strade avevano soldi mai visti prima). Aggiungiamo a questo l'emigrazione e l'uso distorto degli aiuti CEE. Fino ad oggi, giorno in cui la 'ndrangheta tratta questi ragazzi che raccolgono le arance come nuovi schiavi nell'indifferenza della popolazione e con l'insulto del nostro inetto governo (è sì che fan le lampade e vanno alle Maldive per sembrare più belli e negri, o no?).

Quello che il film dice è che la globalizzazione ci mette di fronte a problemi di incomunicabilità che qualcuno sfrutta, e forse sta nascendo un razzismo DOP italiano.

Per la prima volta avevo davanti a me 2 nuovi italiani che chiedevano solo dignità in quanto braccianti e zappatori. Era sconfortante sentir dire cose tipo "Non è giusto che veniamo maltrattati perché facciamo un lavoro duro che nessun altro vuole fare fare, ma è anche necessario. Noi lavoriamo, stiamo facendo il bene dell'Italia. E se ci pagano solo 25 euro al giorno non vale neanche la pena di lavorare... e non possiamo mandare i soldi alla nostra famiglia" (capivi che l'aspirational televisivo permette al tonto di giudicare questa gente inferiore e proiettare su di loro la vergogna della povertà con cui le TV berluscone hanno innaffiato l'Italia. E continuavano i ragazzi: "Io in Africa non ho mai dormito per terra e senza riscaldamento". E il tonto neorazzista italiano giustifica il razzismo facendo proprio il vecchio luogo comune che in Africa vivono ancora sugli alberi). Ma altro che jungla: molti di questi ragazzi scappano dalla guerra (postcolonialista): per esempio quando la madre di un ragazzo presente al cinema gli ha detto "Hanno già ucciso tuo padre e tuo fratello... Col carattere impulsivo che hai puoi fare una sola cosa, per la mia tranquillità: andartene". E lui è finito a Rosarno.
Raccontavano che se pioveva durante il raccolto delle arance, i calabresi "istintivamante" facevano smettere di lavorare e chiamavano sotto i ripari gli altri bianchi: bulgari, polacchi, romeni ma lasciavano i neri nei campi a raccogliere arance e mandarini, con l'acqua che entrava negli impermeabili nella stagione già inclemente. Come se i negri fossero più resistenti. Resistenti anche all'ignoranza, effettivamente quando commentano mezzi serafici e mezzi rassegnati: "Ok la solidarietà della pelle (quasi giustificandola, NdR) ma non è giusta questa solidarietà della pelle. Stavamo lavorando!".

Per fortuna c'era anche qualcosa di positivo e con la pelle bianca in quella serata: ad esempio la testimonianza di un uomo piemontese, un laureato che si è messo da qualche anno a fare formaggi di capra (zona Canelli). Sarebbe andato il giorno dopo a Bruxelles per chiedere all'Unione Europea che i finanziamenti all'agricoltura aiutino soprattutto le piccole medie aziende con il vincolo di mettere in regola gli immigrati.
Quest'uomo, Fabrizio, ha fatto nascere in me che sia nato un razzismo tutto italiano. Fabrizio faceva notare come l'ignoranza in quest'era di benessere prende nuove e impreviste forme: il razzismo coincide con il declassamento della donna a oggetto sessuale e con l'omofobia. Cancellare la diversità per arroccarsi nell'ignoranza e vivere di rimpianto per quei pochi anni che restano da vivere. L'Italia é marcia delle sue paranoie, dei suoi limiti che diventano vendetta e indifferenza contro i nuovi poveri? Sì certo, se marcio o terribilmente complicato non fosse il mondo, con tutte queste guerre in queste ex colonie dell'Occidente, e scappare non è più impossibile come un tempo. E quando la Signora Merkel dice che il multiculturalismo è un fallimento, ci indichi un percorso alternativo all'ascolto e all'integrazione. Piani B non ne vedo.

A fine spettacolo sono andato a ringraziare personalmente i 2 ragazzi presenti alla proiezione che venivano dal paradiso di Rosarno. Ero contento di non trovarmi davanti a un venditore di oggetti inutili ma a 2 persone emozionate, 2 gran bei ragazzi, 2 cittadini che mi chiedevano - e m'insegnavano - umanità.