mercoledì 22 settembre 2010

CORRADO LEVI, 2010. <---- Quasi, autoamori di Johnny----> e <---- Una poesia ---->



































Sono stato venerdì scorso all'inaugurazione di una personale di Corrado Levi, che termina così il suo periodo di riflessione a Marrakech (troppi nuovi ricchi? chissà) e torna tra noi. Difficile dire cosa sia per me - e per una o più generazioni - Corrado. Un maestro, un fratello maggiore, un amico, uno stimolo, un punto di paragone de toda la vida.

La sua intelligenza delle cose, inesorabile e imprendibile insieme, mi è comparsa per la prima volta tanti anni fa attraverso dispense delle tesi di laurea dei suoi studenti e del gruppo di lavoro "Dalle Cantine Frocie" alla facoltà di Architettura a Milano. Uno dei temi che - da giovane uomo - mi colpì e cambiò tutto era lo studio delle posizioni di vita nelle case famigliari e della mediocrità assoluta (impossibile) come metro mentale di misura del design dei mobili e degli oggetti. Le cose di tutti i giorni favorivano una prossemica e rispettavano una scala dei valori patriarcale che diventava la dittatura della (cosiddetta) normalità eterossuale, una dittatura che permea e informa di sé l'intera realtà fino quasi a non permetterti (senza accorgertene) di esistere veramente.

Corrado insegnava Composizione Architettonica 4 (se ricordo bene) ad Architettura Milano degli anni d'oro. E anzichè battagliare contro i contestatori, era uno di loro su un altro piano. Avevi quasi imparato tutto? Eri vicino alla laurea? Volevi fare l'architetto? Lui ti consigliava, ti correggeva e ti guidava in una scoperta e costruzione della qualità diversa della vita. Inutile dire, molti che nel tempo sono diventati miei amici avevano studiato con lui.

L'innnamoramento mio fu poi corrisposto: qualche anno dopo Corrado impazziva per una delle cose più belle che ho fatto in vita mia l'Altro Martedì (versione classic, quello dei primi anni).
E' stata la prima trasmissione radio gay d'Italia con grandi numeri d'ascolto, a Radio Popolare Milano. L'Altro Martedì - con una struttura a rubriche e servizi, come fosse un magazine audio - usava il linguaggio delle favelas omosessuali invisibili per costruire la rivalsa e tirare bordate non stop contro la cosiddetta normalità. Non si era per nulla infastidito se in un nostro radiodramma parodia Cunsciada De Pedra, c'era un personaggio che era un suo avatar, Corrida Levis che regalava jeans ai ragazzotti boni per conquistarli (se ricordo bene).

Il rapporto è continuato nel tempo, e l'Altro Martdì è diventato addirittura per un anno accademico materia di studio ed esame nel suo corso.
Dopo una prima lezione sul tema "La Notte" (ossia la capacità degli omosessuali di cambiare senso, nomi e destinazione d'uso ai luoghi della città di notte) l'entusiasmo portò gli studenti a chiedere per acclamazione una seconda lezione (che Corrado fissò subito) sul Parrucchierismo e il Poveradonnismo, ossia la lettura delle canzonette sguince come colonna sonora di un'esistenza che non poteva basarsi sui testi nobili della letteratura e della convenzione per dare un senso alla realtà.
Le canzoni della Mina, la Patty e la Berté (e decine altre) diventavano le miniere dove si estraeva un senso della vita altro, quello che si celebrava - per esempio - ogni sera ai Bastioni di Porta Venezia prima ancora che fosse importata la parola cruising (ma già si diceva battuage) o alla Nuova Idea (una discoteca vicino alla Stazione Garibaldi oggi distrutta per far spazio al cemento e avrebbe dovuto essere invece preservata, chessò, come la Valle dei Templi o la casa natale di Biki).

Quest'ultima lezione divenne appunto materia d'esame, e memorabile fu ad esempio la performance della mia amica Luisa che si presentò con Novella 2000 contenente servizio fotografico su Orietta Berti truccata da punk (!!!) e il mangiadischi con diversi 45 giri per approfondire le sue personali ricerche ed approfondimenti. Quando le trovo, se interessano, posso mettere online o inviare le dispense autografe di questa lezione.

Credo vedesse nel nostro percorso - tra dada e punk, tra derisione e costruzione di senso- la continuazione di lui Corrado, Mario Mieli ed altri avevano iniziato nella stagione d'oro dei Collettivi Omosessuali Milanesi e la casa occupata (!!!) di via Morigi 8 dove si esibì tra gli altri, un sabato sera negli anni '80 (o ultimi 70? chissà), una giovane Platinette.


La vita continua, e Corrado si lasciò di nuovo trasportare dalla sua mai abbandonata passione per l'arte come cultura della differenza.
E' per merito suo se abbiamo riletto e rivalutato De Pisis, per esempio, o se è stata data la giusta importanza al genio di Carol Rama. Poi si spostò sul contemporaneo spinto (insieme all'Altro Martedì portò testimonianza ad Architettura anche l'artista di graffiti niuorchese Rammellzee), fino ad essere riconosciuto furbi et orbi come un collezionista e stimolatore d'idee italiano sì, e di livello internazionale. Non l'ho pià frequentato, continuando a seguirlo o leggerlo, di quando in quando, dimmi quando quando quando.

E voilà, nel 2010 ti fa una mostra su Johnny che si masturba e viene ritratto in questa sua reiterata ricerca di sé, giorno per giorno e schizzo per schizzo. Nel 2010 berlusconio e velinio, buco nero che mai avremmo immaginato negli anni della rivolta dandy. Ma c'è internet, adesso i suo disegni (un po' di De Pisis c'è :-) arrivano fino a te che stai leggendo. Forse è anche ripresa light di una suo diario straordinario dell'epoca, New Kamasutra. E' una meraviglia, una boutade, una provocazione, un'affermazione del desiderio, è tutto tranne che arte imbalsamata. L'affermazione sessuale non finisce mai, e non finisce mai di stupirci.



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Allego il molto ben scritto comunicato stampa della galleria, che potete visitare se siete milanesi o milanesizzabili. Per vostra massima comodità, perversi immaginari, è giusto a lato del Mono :-)



Venerdì 17 settembre 2010 Peep-Hole apre la nuova stagione espositiva con una mostra di Corrado Levi.

Corrado Levi è personaggio poliedrico: è architetto, teorico, critico, curatore, docente, libero pensatore e intellettuale colto. Ma Corrado Levi è anche e soprattutto artista, audace e spiazzante, la cui complessità linguistica e creativa è sintesi perfetta della molteplicità di esperienze che ha raccolto, fatto sue e restituito attraverso il contatto con differenti generazioni.

A partire dagli anni ‘80 Levi è stato un influente animatore culturale, specie a Milano, dove ha curato numerose mostre tra cui Il cangiante al PAC - Padiglione d’Arte Contemporanea (1985). Fondamentale è stata inoltre per Milano l’esperienza del suo studio di Via San Gottardo, trasformato per anni in una palestra per giovani artisti dove l’alternarsi di mostre collettive e personali ha fatto dello studio di Levi il primo project space della città.

Per questo, un progetto come Peep-Hole deve anche a una figura come Corrado Levi la sua esistenza. La sua mostra nello spazio di Panfilo Castaldi è un modo per restituire, sia pur in minima parte, quello che lui ha dato agli spazi off e ai giovani artisti. Ma è anche e soprattutto un’occasione per sottolineare il suo spirito di instancabile sperimentatore, di giovane artista, capace di rinnovarsi ogni volta.

Invitato a relazionarsi con lo spazio di Peep-Hole, Levi presenta Quasi, autoamori di Johnny e Una poesia. Un progetto inedito, mai esposto finora, sulla relazione tra erotismo e forma, poli fondamentali della sua ricerca artistica: “L’erotismo è cosa instabile, richiede movimento psichico e fisico, finisce e si rinnova daccapo, come senza tempo. L’oggetto della mostra è erotismo puro: senza Edipo, è metafora di piacere inutile ed indispensabile. La forma è l’altro polo: tende ad essere, comunicare, essenza e speranza di permanenza” (C.L).









Corrado Levi. Quasi, autoamori di Johnny e Una poesia


18 settembre - 7 novembre 2010
martedì – sabato 15:00 – 19:30 o su appuntamento

Peep-Hole via Panfilo Castaldi 33, 20124 Milano
info@peep-hole.org T. +39 338 56 94 112

mercoledì 15 settembre 2010

IMPERIALISMO E BON-TON

Il commissario europeo alla Giustizia Viviane Reding annuncia l'apertura di una procedura d'infrazione contro Parigi per i rimpatri dei Rom e dichiara: "Pensavo che l'Europa non sarebbe stata più testimone di questo tipo di situazioni dopo la seconda guerra mondiale".

Il ministro francese per gli Affari europei Pierre Lellouche reagisce e commenta: "Questo genere di scivolone, cui il Commissario ha aggiunto la sua voce, non è opportuno. La pazienza ha un limite, non è così che ci si rivolge a un grande Stato".

Perché, a un piccolo stato sì?
E cosa fa la Francia se finisce la pazienza?

lunedì 6 settembre 2010

YOKO O NO?

Yoko Ono è stata invitata lo scorso giugno al Festival della Pubblicità di Cannes, evento la cui rilevanza è ogni anno più sfuggente viste le trasformazioni di forma e contenuto della pubblicità nel gran mare della comunicazione. La pubblicità (mio campo di lavoro per una vita) non sa bene dove andare? Se questo porta a Yoko Ono e alla sua intelligenza guizzante, molto ben venga. Sono sempre stato suo fan dagli anni in cui conoscevo solo un'altra persona che aveva il coraggio di esserlo: Maurizio Vetrugno (artista valiente)*.

Yoko, 77 anni portati come vorrei portarli io (quando sarà il momento). Ha un record proprio per questo: è la più anziana tra le persone mai entrate nelle classifiche di vendita dei dischi, a oltre 70 anni con il remix dei Pet Shop Boys di Walking On Thin Ice, ultima canzone registrata con suo marito John alla chitarra.

La sciura Ono in veste di veggente ha dato la sua vision agli uomini della reklama lì presenti: "Ho sempre detto "il messaggio è il medium”, non “il medium è il messaggio”. C’è stato un tempo in cui la frase di Marshall McLuhan era corretta, perché il mondo andava in quella direzione, oggi i media confondono i messaggi, nulla appare più chiaro, i messaggi si perdono dentro ai media”, bisogna tornare all’immediatezza e alla semplicità”. Ma anche sì.

M'è tornato in mente il vaticinio tempo dopo -in uno di quei cortocircuiti che neanch'io so capire- leggendo la newsletter dell'esimia libreria Shake, cantiere della controcultura milanese. Parla di una mostra di scarpe firmate Vivienne Westwood a Selfridges, Londra per pubblicizzare Ribelli con stile. Un secolo di mode radicali, libro dell’artista underground Matteo Guarnaccia, che "...registra con ironia e incanto le tantissime scene creative giovanili – tra cui il punk – sviluppatesi nel Novecento in opposizione alla cultura mainstream."

Bisognerebbe come minimo cambiare l'ultima frase e scrivere "fino al Novecento"... Gli alternativi non s'accorgono che il punk è mainstream, anzi in vendita da Selfridges? Che non fai in tempo a dire o a fare una cosa che il consumismo se l'è già mangiata e te la ripropone come lifestyle?
Direi anzi che se i giovani fossero meno rintronati dalla tecnologia e cattivi come siamo stati noi da punk, ci menerebbero. Forse dal web in poi, non ci esisterà mai più overground e underground, ma solo povertà e ricchezza. E la ricchezza più grande è quella che dà la possibilità di studiare per avere una cultura personale, condivisa. Qualcosa da dire. E ritorno a Yoko Ono: Il messaggio è il medium.

* Sulla spiaggia di Riccione in un giugno o luglio degli anni 80 parlavo con Maurizio del coraggio di una copertina come quella dell'album "Season of Glass" con la foto degli occhiali portati da John Lennon il giorno in cui fu ucciso.
L'album uscì poco dopo e l'impatto fu forte e le semenze dette tante; a chi accusava la vedova Lennon di sciacallaggio (allucinante: i rompicazzo puristi "amanti dei Beatles" che forse pensavano di aver sposato loro John Lennon), Yoko spiegò con la sua sintesi che la controversa foto era per ricordare a tutti che John non era morto: era stato assassinato.
Di nuovo, il messaggio è il medium.

martedì 31 agosto 2010

LIBERAZIONE SESSUALE? CON LA DATA DI SCADENZA?

Sono appena tornato dall’Andalusia, per l’esattezza da Estepona, il pueblo spagnolo dov’è stata in vacanza Michelle Obama e i media riportavano che era a Marbella perché Estepona non fa glamour e la ggente di tutto il mondo conosce meglio Marbella e il suo preteso jet set.

Estepona è un paese davvero particolare della Costa del Sol: differentemente dagli altri della riviera (forse perché lontana, e più vicina al Marocco che a Malaga) ha difeso ostinatamente la sua indipendenza (qualcuno dice che è un’attitudine chiusa e cateta, via di mezzo tra burino e tonto). Questo la rende un posto dove il tempo si è in qualche modo fermato, e il progresso fa la sua comparsa solo con le migliorie tecniche alla vita quotidiana (mejor dicho, quelle che gli esteponeri lasciano passare). E’ difficile da crederlo a 80 km da Torremolinos (che è esattamente l’opposto) ma è vero.

Conosco questa cittadina per motivi famigliari, ci sono tornato quest’estate e ho visto qualche spiraglio del nuovo: ben 2 sex shop, biancheria e giochi erotici (etero) in pieno centro. Ma soprattutto una cosa mi ha colpito a 2 passi dal palazzo dell’Ayunta- miento, il Comune. Mi fa pensare al senso del tempo.

In una via non molto trafficata un muro mi parlava. L’antica usanza di decorare la facciata alternando piastrelle decorative a quelle che riproducono le lettere dell’alfabeto per scrivere il nome del locale, faceva splendere ai miei occhi il nome del Cheers, un pub gay che qui ha tenuto duro per anni. Lo Stonewall Inn di un pueblo qualsiasi? Qualcosa di più e qualcosa di meno.

Anni fa, quando io e il mio compagno siamo venuti qui la prima volta – per motivi, come dicevo, familiari – cercavamo un segnale qualsiasi di presenza omosessuale, gay, come cavolo si voglia chiamarla. Da questo punto di vista, Estepona era (e resta) una tortura: se ti piace l’uomo latino da cinema neorealista questo è un Paradiso Terrestre in negativo, con un andirivieni continuo (anche d’inverno) di uomini bellissimi, con quel modo d'essere senza pretese che in Italia vediamo solo in provincia e nel Sud. Vanno a passeggio con la carrozzina del pupo o da soli, tanto bbboni da farti credere di essere capitato in un film anni '50. Ma sono veri, e del tutto disinteressati a te. Quasi fossero programmati per essere indifferenti al tuo sguardo e al tuo interesse.

A Estepona gli "omosessuali" (per la cui emancipazione e normalizzazione la Spagna di Jorge Luis Rodriguez Zapatero è esplosa come una stella di prima grandezza a illuminare il mondo) semplicemente NON ESISTONO. Continuano a latitare ancora oggi, 10 anni dopo. E i pochi che si vedono sono tanto evidenti da sembrare una parodia per salvare la maschera del perbenismo. Esattamente come negli anni del dileggio e della schiavitù, come se il ridicolo sia il prezzo da pagare per poter poi fare tutto di nascosto, basta che non si sappia. Dove il futuro fatica ad arrivare era ed è così. E la disperazione delle persone moderne o illuminate che ci vivono si trasforma presto in indifferenza o in chilometri: direzione Torremolinos, Siviglia, Madrid.

Ma allora questo Cheers cos’era? Quando ci arrivai una notte anni fa, il padrone attempato e i suoi clienti erano divertiti e sorpresi che le indicazioni di un sito web distratto o improvvisato, riprendendo qualche vecchia guida gay, facessero ancora arrivare qualcuno fin lì... ancor più 2 italiani giovani, curiosi, abbastanza piacenti.
Abbiamo passato lì diverse sere di 3 estati e ci hanno spiegato: a pochi chilometri da Estepona, sempre all’interno del Comune, c’è Costa Natura. Fu la prima spiaggia nudista di Spagna, pioniera del naturismo, oggi quasi uccisa dalla speculazione, circondata da hotel lusso giganteschi ed orribili, per la cui costruzione è stato distrutto gran parte del canneto dietro la spiaggia pubblica che permetteva dall’epoca dei nonni i giochi che i maschi più amano fare tra di loro nei canneti (soprattutto camionisti o lavoratori di passaggio che, sposati, facevano una pausa di riposo chissà perché proprio lì).

Il Cheers era stato il locale di questa divagazione della mentalità hippie nella Spagna profonda, così profonda che se spingi ancora finisci dall’altra parte. E al Cheers non andavano solo i gay, ma i gay ospitavano - forse camuffandosi tra loro - i più aperti tra gli abitanti della wonderland senza vestiti, nordeuropei o spagnoli per cui “non c’era problema”. Al Cheers abbiamo imparato a bere il Pacharan (un liquore di prugna), abbiamo visto ubriacarsi sessantenni amici dei gay dall’epoca che fu, ci siamo fatti raccontare come funzionava. Abbiamo chiesto come mai non si erano ancora suicidati in mezzo a tanta indifferenza; ci hanno risposto che se sapevi aspettare le passeggiate dei padri di famiglia alle 4 di mattina “per portare il cane” avevi di che rimandare l’insano gesto. E se proprio volevi darci dentro ad ore più normali, potevi andare appunto a Costa Natura o al parco naturale di Cabo Pino (Marbella) o nel peccato di Torremolinos.

Quello che rende la vita più bella può essere dimenticato? Ad esempio non è successo con il prete del paese, morto povero dopo aver sempre dato tutto al popolo, aiutò i Repubblicani nascondendoli durante la Guerra Civile, e non celebrò messa di celebrazione alla morte del Dittotore, come chiedevano i franchisti, con le parole "Non mi risulta sia morto nessuno di Estepona". La sua statua giustamente troneggia nel centro del paese.

E anche la cantante Rocio Jurado (quella dell'indimenticabile "Me Ha Dicho la Luna") ha una strada intitolata a sè... Temo che tutto quel che ha a che vedere con la sessualità sia un poco scomodo, e non tutti son pronti per fargli un monumento.
Ma se il Cheers non c’è più, dove finiscono gl’ideali, i sogni, la voglia di vivere di una generazione? Dove va l’energia che riempie le strade, ti fa sentire in un posto speciale, ti dà l’idea che sta svolgendosi una rivoluzione (sessuale, nel caso)? E soprattutto "facciamo storia" lasciamo il segno, sappiamo migliorare?
Mi tornano in mente i ragionamenti di Enzo Lancini, mio sparring partner di una vita, quando si lamentava dell’apparente atemporalità del desiderio omosessuale, del suo eterno ripetersi e non avere storia. Forse è l’assenza di figli a non consentire la costruzione di una TRADIZIONE? O reinventarci è la nostra distinzione, la nostra forza? Quanta colpa dobbiamo dare alla repressione e quante responsabilità alla vigliaccheria? Esiste un amore cui fa comodo non pronunciare il suo nome?
Quanta poesia c'era nella repressione e nel silenzio? E’ curioso domandarselo oggi, e in Spagna, paese che ha sorpreso il mondo aprendo la strada al matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Del Cheers sembra non restare niente se non 6 piastrelle. Forse, come dice Claudio, il mio compagno, siamo parte di un’umanità che - indifferente all'esigenza di riprodursi, e indipendente- mente dal genere o dalla preferenza sessuale - usa cultura e stile per tramandarsi e spedisce messaggi in bottiglia sull’onda del tempo. Ci arrivano nitidi i pensieri di Mae West, Marlene Dietrich, Quentin Crisp, Marguerite Yourcenar, Andy Warhol perché sono come noi.

L’allegria di Paco e degli amici del Cheers non è scomparsa: oltre ad animare queste 4 righe, è nell’aria e si è trasformata in qualcos’altro, forse in una t-shirt di Lady Gaga. O chissà le onde del tempo cambiano percorso ed Estepona semplicemente non è riuscita più ad essere il posto giusto. Ma dovevo scriverne per evitare che i ricordi si perdano come le foto di sconosciuti in un mercatino dell’usato. Almeno accorgersi fa la differenza. E mi dà una debole speranza: che il silenzio non sia più quello di una volta.

mercoledì 7 luglio 2010

SALO', 40 ANNI DOPO.

Mi ha fatto un certo effetto rivedere "Salò o le 120 giornate di Sodoma" il 28 giugno 2010, nel giorno esatto dell'Orgoglio Gay
(il Capodanno degli/delle omosessuali), al Festival MIX MILANO. Ho provato tutt'altre sensazioni rispetto al passato, ho pensato tutt'altre cose rispetto alle altre 2 volte in cui l'ho visto.
Avrebbe innanzitutto mai voluto o immaginato Pier Paolo Pasolini un tributo a lui dedicato in un Festival di Cinema LGBTQ XYZ?

Senz'altro Pier Paolo sarebbe utile oggi a quella nazione sbirola nella forma e nel modo d'essere, o almeno alla sua parte migliore. Ma al 2010 Pasolini non sarebbe mai arrivato: avrebbero trovato modo di ammazzarlo prima comunque.
Il film invece mantiene tutta la potenza espressiva, anzi penso abbia guadagnato in potenza dell'urlo.

Mi sono sempre domandato -me lo chiesi la prima volta vedendo il film, uscito poco dopo la morte del Poeta- se la morte di Pasolini non fosse parte del film. Non riesco ad immaginare un film come "Salò" da parte di un regista in vita. Dopo, cosa avrebbe detto?

Ma vediamo cosa ci dice ora, o almeno cosa dice a me. Mi hanno colpito prima di tutto i quadri futuristi e l'arredamento anni '30 così perfettamente restituito ai nostri occhi. Avendo visto da poco gl'interni di Villa Necchi in "Io Sono l'Amore" di Luca Guadagnino, mi sono chiesto se quegli interni possono essere stati scenografia di qualcos'altro rispetto al male assoluto. Forse no. Ma è mai esistito un "fascismo buono"? Chissà.

Poi mi ha colpito il fatto che tante comportamenti sessuali, un tempo schifosi e innominabili (la golden shower, per esempio), nell'era internet siano stati declassificati a giochini e innocuo passatempo.
Certo non ci sono più i bei ragazzoni e le brave ragazze di una volta i figli del popolo che nel film vengono rappresentati come vittime, quel mondo un po' "buon selvaggio" di cui Pasolini lamentava l'estinzione (forse anche perché gli venivano a mancare i maschi bonaccioni a pagamento disponibili in libera uscita dalla caserma e infatti stava per nascere il movimento gay).

Mi hanno poi infastidito le parole pesanti di Pasolini sulla sodomia: nel film, una forma di sottomissione e annullamento del maschio, paragonabile e forse più efficace (perché ripetibile) dell'omicidio. Mi sono chiesto se era effetto collaterale dell'omofobia introiettata da Pierpa, una descrizione tragica e rituale o solo un "innocente" escamotage di sceneggiatura.
Certo un po' di disprezzo (se non di pallottole) verso gli uomini che amano gli uomini, discorsi così li attirano. Ma forse Pasolini è una figura tragica come il Caravaggio di Derek Jarman ossia totalmente uncorrect e non giudicabile secondo criteri convenzionali.

Mi ha poi stupito quanto il film giochi abilmente con la perversione dello spettatore. Io ammetto che certi momenti di dominazione+accoppiamento tra uomini li trovavo e li trovo comunque eccitanti (tipo il palpamento del baffone superdotato).
In questo senso Pasolini mette in scena (e fa leva sul) sentimento di rivalsa di chi vive un amore "di minoranza". Incredulo, pensa che tutti potrebbero forse essere come lui. Oltre che a ispirare milioni di amori impossibili, su questo sentimento campa oggi tutta la pornografia "gay for pay" o "broken straight" (basta pagarli, e vedrai che ci stanno tutti).

Ma il contrasto di giudizio più forte è sul tema del matrimonio tra uomini: nel film è rappresentato come una gogna, una grottesca sopraffazione dei persecutori sui perseguitati. Ma proprio per il matrimonio molti di noi stanno lottando, e al Festival American Apparel distribuiva in omaggio le t-shirt Legalize Gay.
Siamo rincretiniti del tutto o ci siamo emancipati? E se il capo dei carnefici del film sembra tirato fuori dal manicomio (ha la stessa tinta di Mengacci), quello con la barba sembra sex symbol di un sito bear. E il sadomasochismo è per molti liberatorio.

Ho lasciato perdere con le considerazioni in libertà vigilata mentre la trama proseguiva. Tanto continuava inesorabile il gioco al ribasso del film, dove tutto fa brodo, anzi tutto fa merda. La parte coprofila è infatti l'unico vero tabù che resta nel film, a tutt'oggi inosabile, sfregio assoluto.
Ma bisogna riconoscere che il talento profetico del film si è avverato e di merda da allora a oggi ne abbiamo mangiata grazie alla TV spazzatura, ai capovolgimenti del senso comune, alla discesa del minimo comun denominatore collettivo.
Il Capo della Protezione Civile che tra un aiuto ai terremotati e l'altro va a farsi fare i massaggi in un Centro Estetico, puttane -escort- candidate al Comune che nascondono il registratore mentre trombano con il Presidente del Consiglio e si vendicano per non essere state aiutate a costruire palazzine, la Chiesa che ha da dire se in Belgio perquisiscono i suoi archivi in cerca di prove contro i preti pedofili... Forse siamo nel bel mezzo dei racconti delle ammalianti signore del film.

Aspettiamo dunque che "Salò o le 120 giornate di Sodoma" finisca per poter giudicare.

Ricordo che il film era proiettato a MIX MILANO, il Festival di Cinema LGBTQ XYZ osteggiato dall'Amministrazione Comunale che però concede la propria sede, Palazzo Marino, per una festa di stilisti omosessuali, ed evasori fiscali. A Milano, città Medaglia d'Oro della Resistenza.

giovedì 1 luglio 2010

TENSOKU! (DA DOVE VENIAMO, E DOVE VOGLIAMO ANDARE?)

[ATTENZIONE: POLITICALLY UNCORRECT] Forse ho iniziato questo blog in onore di Enzo Lancini, un mio fratello maggiore elettivo scomparso (ahia). E' stato mio socio nei primi anni dell'Altro Martedì, la trasmissione gay di Radio Popolare Milano, prima in Italia a diventare un fenomeno di massa (si sono stimati fino a 100mila ascoltatori, alla radio e di martedì sera, per alcune serate di Un Frocio Per l'Estate, nel periodo in cui la gente è arrivata a canticchiare le parodie Maledetta Parrucchiera o Nessuno Mi Può Penetrare).

Educatissimo e inesorabile, Enzo era la Milano puntuale e tagliente in cui ero cresciuto, versione gay. Lo stile di Franca Valeri senza vergogna di andare a ballare gli ABBA alla Nuova Idea o in paninoteca. E mi proteggeva dai brutti colpi del mondo gay, ad esempio quando ai collettivi di liberazione gay di sinistra che frequentavo entravano Mario Mieli e i suoi a spargere il loro vangelo interessuale e travesti. Che paura! Avevo 17 anni, cercavo solo di conquistare il mio equilibrio come maschio nell'apartheid di quegli anni, Mario&co mi sembravano la voragine della femminilità ingoiatrice!

Insomma se son venuto come sono venuto, nel bene e nel male, lo devo in molta parte ad Enzo (o Fiorenzo come si è firmato, col nome esteso, per il suo ultimo romanzo I misfatti del buon dio).
C'erano cose impietose che solo con lui riuscivo a vedere, portre a senso coerente e dire (non guardavamo davvero in faccia nessuno). E questo ha portato alla creazione del parrucchierismo e il poveradonnismo ossia la teoria di pensiero debole che ha portato l'Altro Martedì a diventare materia di studio in universita (Facoltà di Architettura Milano, 1983/83 Composizione Architettonica V, doc. Corrado Levi). Ho appena restaurato le dispense in Photoshop, chi le vuole me le chieda.

Una notte eravamo sui bordi della pista del OneWay di Sesto San Giovanni (primo locale leather d'Italia, che già non era più lo scopatoio "a vista" dei primi anni ma cominciava ad essere risucchiato nel fashionismo) e sconsolato Enzo commentava: "Ma ti rendi conto? Guardale! Ma perché gli omosessuali devono cadere tanto vittime di stereotipi e luoghi comuni? Effeminati o macho, sceme isteriche o ciccioni pelosi e sopraffatori?"
E cercavamo -tra un disco della Boys Town Gang e uno di Cerrone- di capire.
Perché purtroppo aveva ragione. Forse l'autoimpolosione, la mancanza di autostima e l'assenza di punti di riferimento ci rendono vittime di luoghi comuni assumendo i quali crediamo di passare inosservati, ma in realtà diventando mostri.
Si perde tutta la normalità "banale" per diventare icone deliranti in un senso o nell'altro...
E continuava Enzo "Come i piedi delle geishe giapponesi... che per diventare tutt'uno con la calzatura vengono stretti da legacci e deformati fino ad essere inutilizzabili per il loro scopo primaro e biologico. E non ci camminano più con qui cazzo di piedi!!! E tutto, in nome dell'eleganza! Quale?".

Ho chiesto a un'amica giapponese, e questo fenomeno della stretta deformante al piede si chiama tensoku.
Mi sembra che negli anni la pressione sociale contro gli uomini che desiderano gli uomini e le donne che desiderano le donne sia diminuta, forse è mutata, ma non è finita. Siamo una variante banale (con una percentuale di deficenti uguale al resto della popolazione) o una specialità?
La normalità non esiste, e siamo il fiore della varietà ma certo in piena dittatura eterosessuale è pieno di gente che si è riempita di nevrosi, gioca al ribasso e non lo sa.
Quando vedo pagine internet come quella qui sotto, a suo modo rilevante dal punto di vista estetico. ne sono sicuro. E' lo stesso effetto che mi fa il litigio sul Pride di Roma (se invitare la Polverini o no), su quello di Roma (se la Concia ha il diritto di parlare coi fascisti o no), su quello di Treviglio (se riuscirà, auguri). Ecco dove ce l'abbiamo, per ora.

domenica 27 giugno 2010

NAPOLI, 26 GIUGNO 2010.

Prima arriva la foto, poi (30 giugno) arriva il testo.
La foto certo merita, è addirittura un pezzo di storia e ha infatti fatto già il giro del mondo. A me è arrivata reinvita il giorno stesso da un'amica di San Francisco.
Mi ha raccontato chi c'era che davanti allo stendardo in questione, portato da Frank, era un alternarsi tra anziane signore napoletane che ridacchiavano "Tiene ragione!" e sorelle camionare che volevano la foto ricordo.
Ma io a Napoli non sono andato, perché avevo da fare al Festival MIX MILANO (venuto benissimo, un'oasi umana nel deserto mentale di Milano, e della società attuale che fa collimare desiderio omosessuale con web e pornografia, con un indesirabile ritorno nell'armadio). E al festival ho anche fatto un discorso dal palco per dare un premio d'onore, il POLEMIX in onore di un mio amico scomparso, Enzo Lancini, a J'ai Tué Ma Mere, un bellissimo film di un canadese ventenne. E' un film uncorrect sul rapporto difficile tra madre e figlio(gay) dove il tema "è davvero colpa della mamma?" versione 2010 si trasforma senza esclusione di colpi in un plot tipo "tutto sua mamma".

Felicissimo di conoscere le impressioni di amici sul Pride di Napoli (che stavolta mi pare abbia avuto una copertura mediatica migliore), le ho chieste man mano che ritornavano a Milano -e al Festival- nei giorni successivi. Ma dopo il primo che mi ha detto "delusione", il secondo che ha continuato "Molto meno di quel che mi aspettavo. Era soprattutto un corteo di carri... Sembrava una festa dell'Autostradale",e qualcuno ha aggiunto "Sai, mancavano slogan brillanti come LA MADONNA DI POMPEI VUOLE BENE PURE AI GAY"". Mancava solo un altro che nel suo blog ne scrive molto precisamente e in maniera non proprio celebrativa, mi sono reso conto che qualcosa "non era andato".
Perché? Boh, domandiamocelo.

E' cambiata l'Italia? O Napoli, la città della Funicolare, di Eduardo, di Totò, dei femminielli e della Madonna di Pompei ci ha girato le spalle?

Qualcuno mi ha detto che forse il Pride in questa città l'aveva deluso perché non era all'altezza di qello che abbiamo fatto nell'ormai lontano 86 (se ricordo bene).
Un'evento incredibile: al mio arrivo nella piazza dove il corteo partiva, feci in tempo a vedere i commercianti di t-shirt taroccate che chiudevano le bancarelle dicendo "Iamm Iamm che mo' arrivano questi.. che le magliette D&G ce le hanno vere!" (e l'ho visto con i miei occhi).
C'era il carro barocco delle travestite e trans che imitava e rievocava il carro con cui, a inizio secolo, veninivano portate in giro per la città i "nuovi arrivi" che avrebbero lavorato nei bordelli cittadini. Incantevole per valore spettacolare e simbolico. Il suddetto carro si fermò a un certo punto del percorso davanti a uno storico cinema di battuage (leggi: incontri anonimi e casuali tra uomini). Il luogo d'incontro e piacere era ancora in attività (una situazione tra mitolologica e archeologica da scopate dietro i tendoni rossi, per intenderci): e le trans applaudirono verso l'ingresso urlando "Fuo-ri! Fuo-ri! Fuo-ri!" esortando i recalcitranti maschi all'interno ad uscire e unirsi al corteo, e naturalmente non successe (anche questo visto con i miei occhi: la prova e conferma evidente che gli scontri di Stonewall che hanno iniziato la storia dell'Orgoglio contemporaneo li avevano DAVVERO generati ragazze di quel carattere e determinazione).

Quest'anno nonostante il ritratto bellissimo che qualcuno ne ha fatto, qualcosa è cambiato. Forse. E per fare confronti, sarebbe forse il caso di restaurare in forma digitale il documentario-reportage (si chiamava TUTTINPIAZZA?) di Claudio Cipelletti dov'ero intervistato anch'io e che dovrei a quato punto ritrovare. Mi c'impegnerò.

Ma quest'anno 2010, indipendentemente dal numero di partecipanti (300mila, 150mila, 50mila) qualcosa è andato di traverso, se sono vere le facce rancorose e indifferenti viste lungo il corteo in città, a Napoli.
A fare di ciliegina sulla torta, nel corteo è stata contestata Anna Paola Concia, il Deputato PD che poco tempo fa ha convertito alla civiltà il Ministro delle pari Opportunità Mara Carfagna. Grazie, anche se la destra italiana su questi temi mi fa orrore e non basta certo che un Ministro di questo governo mostri finalmente civile.
Qualcuno nel corteo (antagonisti, mi pare la definizione giusta) pensava che non avrebbe dovuto essere lì perché flirtava (semplicemente era stata a un dibattito tempo fa) dei fascistoni di Casa Pound. Ora, non ho nessuna stima di Casa Pound, anzi mi fanno orrore se non paura. E penso anche che non hanno nessun diritto di usare il nome di Ezra Pound, come la figlia di lui giustamente dice. Ma che si giudichi la presenza di Anna Paola inopportuna, una passerella da politico, e la si voglia mandar via, mi pare un assurdo.

Non è il Pride che ho in mente io, del resto non è neppure l'Italia che speravo io quella in cui stiamo vivendo. E' molto, molto peggio. A proposito di passerella, il Presidente del Lazio Renata Polverini, quella dei saluti romani allo stadio, aspetta un invito per decidere se andare al Pride (invito da parte di chi? il Pride non è di nessuno).

Non ci capisco più niente, torno sui monti tra le caprette. Firmato, Heidi.


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