giovedì 16 dicembre 2010

THE COMING OF AGE = SAPER FARE I CONTI CON L'ETÀ.

ho ascoltato qualche settimana fa e continuo ad ascoltare l'ultimo lavoro di Bryan Ferry, Olympia. è un disco bello, diversamente da tanti altri tentativi patetici di risvegliare il passato. diciamo che Bryan Ferry già di suo fa tuto, e sempre meno pena dei Sex Pistols o di Dalla e De Gregori quando tornano a cantare insieme. ed è buffo che un signore di mezza età mi convinca decisamente più di molte altre cose inglesi attuali ggiovani.

il leader del gruppo che ha invertito le chitarre del rock (e lui era etero!), che ha confermato l'esistenza (o ha sancito la nascita) dell'art rock, e che ha dato il giusto valore alle piume di struzzo (quelle di Brian Eno, presente anche in quest'ultimo disco) adesso ha molti più anni. ma li porta benissimo, ovunque voglia andare.


dice bene il sito della BBC
che la canzone più bella degli ultimi 30 anni di Bryan è qui, "Tender Is The Night". e a questa canzone in particolare io mi arrendo (oltre a "Heartache By Numbers" con gli Scissor Sisters, e "Shameless" con Groove Armada e U can Dance con DJ Hell che avevano fatto da apripista all'album).

mi torna in mente il verso (la promessa) di una poesia di Lou Reed che ogni tanto salta fuori a casa mia e mi ha fatto impazzire quando avevo 15 anni: "Invecchieremo con stile". "Allora è possibile" pensai e spero di avercela fatta.
il tempo può essere una sfida divertente, sa hai avuto una buona partenza >>>

RIDI RIDI.


ripenso alla compravendita di Parlamentari qualche giorno fa, all'umiliazione per il Paese, all'offesa definitiva verso la Politica (polis tuke, sorte della città).
e sono sempre più convinto che il degrado non sia un effetto indesiderato o uno spiacev incidente per l'attuale Presidente del Consiglio. è l'Obiettivo Numero Uno.
come per un Direttore di Circo distruggere il senso comune del pubblivo, e abbassare il livello dello spettacolo, allarga l'audience e diminuisce le pretese del pubblico.

"signore e signori! ecco la donna che fabbrica i diplomi! ecco il traditore che ride! e chissà domani, arriva l'omofoba col cilicio! proprio lei, quella che odia i culatoni, difende il morto vivente e offende il vivo morente! eletta per ricatto dell'Opus Dei coi voti della sinistra! spiego il termine sinistra: siccome l'intrattenimento era meno importante della politica mi ha lasciato le televisioni, anzi mi venduto lo Zelig con un tot numero di comici. nel tempo libero dal governo, la sinistra legge libri di D'Alema o tutti gli Einaudi, anche questi pubblicati da me Presidente del Consiglio)"

forse perché siamo circondati e governati dalla bugia tanto evidente a The Guardian (foto sopra) è venuta la buffa idea del pupazzetto Playmobil.
a te ti fa ridere quest'Italia che fa ridere?

martedì 14 dicembre 2010

LA CARA OCULTA DE LA PLUMA.

C'è una canzone de la Prohibida che mi fa impazzire: "Terechkowa". E' dedicata a Valentina l'astronauta russa pioniera. Descrive à la Kubrick di quel che si prova a finire persi nello spazio, el espacio exterior come dicono in spagnolo, ancor più se mentre viaggi oltre Plutone dalla stazione sulla Terra qualcuno ti chiede come va, se è vero che senti la mancanza della gravità, se la solitudine è amara...
Il viaggio tra le stelle e i pianeti diventa - secondo un procedimento metaforico già consolidato - una riflessione sul rapporto con gli altri, e la voce encantadora della cantante ti aiuta a perderti e riflettere. A un certo punto la bionda canta "la cara oculta de la luna quiere verte despegar" (la faccia oscura della luna vuole vederti decollare) e io per la mia solita attitudine al fraintendimento creativo (quanti titoli pubblicitari o anche semplici boutade mi sono venute in mente così) capisco "La cara oculta de la pluma".
La "pluma" è un modo di dire spagnolo difficile da tradurre: è l'effeminatezza, quell'atteggiamento inequivocabile che ti fa dire di un uomo "non può essere che gay" o meglio ancora che ti fa commentare "uè, bella", un po' per sfottere e un po' per complicità. I gay più virili infatti "no tienen pluma", non vogliono proprio avere quel difetto che secondo loro ti rende ridicolo agli occhi del mondo.
Ma già solo l'esibizione della Prohibida, e di quegli attori che da quando il teatro esiste confondono sapientemente i generi e impersonano la donna, per diventare un po' sorpresa spettacolare, un po' critica e grande valorizzazione dell'altro sesso ...ti fanno pensare che questa critica ...che in poche parole è paura delle checche... è inutile, infondata, dettata dalla paura dello scuorno sociale.

Io mi domando ossia cosa si svegli nel desiderio per le persone del proprio sesso, grazie anche alla disapprovazione di parte della società o della famiglia. Cosa si sveglia? C'è un lato magico cui attingiamo, e non riguarda solo noi? E questo, inutile negarlo è rappresentato in modo battegliero da Amapola Lopez (nome civile dell'astronauta qui fotografata) come dai Legnanesi.
E io non ho "pluma" evidente, ma ne sono un estimatore. Anzi, mi arrabbio con chi giudica la femminilità esibita un disvalore, penso che sia omofobia introiettata. Credo che la confusione giocosa delle carte in tavola può cambiare il risultato e dare frutti inaspettati, secondo processi o associazioni non sempre intelleggibili perché giochiamo con l'immaginario, con il simbolico.
Questa è una ricerca molto più ricca e vivace in Spagna, che ha una tradizione consolidata di teatro en travesti. Più difficile da capire qui negli anni del bunga bunga, dove sembra normale che la femmina che diventa escort o schiava, e la sessuofobia è un'erbaccia che attecchisce sempre venendo seminata appositamente e concimata dal Vaticano.
Ma la diffidenza verso la pluma c'è in tutto il mondo (specie nelle religioni monoteiste e diocratico/manganellatrici); fa leva e mette radici nella paura o nella diffidenza verso il femminile. Dunque sei travestito o anche se solo schecchi sei una mezza donna, e vuoi il maschio. Ma no, ma no. Anche l'indovino Tiresia dell'antichità, cantavano i Genesis di Peter Gabriel trasformato in donna diventava veggente e poteva dire che si provava 9 volte più piacere che da uomo. E' il gioco dello specchio, e anche meglio di quello di Narciso che muore affogato per rincorrere la propria immagine.

E' il semaforo arancione della vita, ed è una personificazione sublime del camp, altro vocabolo intraducibile, quell'umorismo paradossale e surreale che riabilita l'apparente stupidità per ridimensionare le cose con un sorriso. Come ha detto Philip Core, e ha riassunto nel titolo in meno di 10 parole (complimenti per l'eternità): "CAMP: The Lie That Tells The Truth".


Il camp è la bugia che dice la verità. Trasmettono qualcosa che tanto incongruente non è, dalla faccia nascosta della luna.

lunedì 13 dicembre 2010

LA BANCA DELL'AMORE NEGATO.

si dice che la pornografia è il sesso degli altri: effettivamente c'è del vero. ai nostri occhi risulta indecente o volgare semplicemente quello cui non siamo abituati . però si dice anche che quando sei a Roma devi fare come i romani: ma non sei obbligato, se non rientra nei tuoi gusti e nel tuo stile. per tentare un compromesso, capovolgiamo in affermativo l'insegnamento civico base ricevuto da bambini "non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te". diventa "rispetta gli altri come vuoi essere rispettato tu".

certamente internet cambia completamente e per sempre la percezione che abbiamo della vita. la prima cosa che ho fatto io 20 anni fa è stato cercare "Kahimi Karie" e subito mi torna in dopo "Yma Sumac", ossia 2 cantanti semisconosciute nel villaggio Italia che ho così scoperto essere icone mondiali. non ero più l'eccentrico del villaggio.
comportamenti che sembrano di minoranza assoluta, diventano correnti di pensiero.

in tutti i campi il web ridefinisce i pesi, sposta l'idea di normalità stessa e di lecito/illecito: il caso Wikileaks serve da esempio per tutti.
certo la ragnatela e l'immagine del genere umano che offrono Wikipedia, YouTube, Facebook sa di minimo comun denominatore. ma dà anche punte di eccellenza, ed è soprattutto molto verosimile: il web è un po' Robin Hood, un po' avvocato delle cause perse, un po' Giudizio Universale. e bisogna cambiare per saperci convivere.
ci piaccia o no, per esempio, si vede più porno; anzi abbiamo addirittura conferma per quanto possa essere sorprendente- che la diffusione dell'erotismo da sempre aiuta lo sviluppo della tecnologia.
è quel che è.


la cosa dovrebbe aumentare il rispetto reciproco, come in un grande semivolontario censimento. dovrebbe essere che se "gli altri" fanno cose diverse da quelle che faccio io (e che non ho nessuna intenzione di replicare) ma non fanno del male a nessuno, vadano, facciano, dicano.

ma non è così facile: la Chiesa, tutte le Chiese (specie le monoteiste con il loro dio maschio che assomiglia a un vigile urbano) e molte dittature hanno da dire e si danno molto da fare contro la libertà dei cittadini. per esempio autorizzano l'omicidio degli/delle omosessuali perché in molti paesi "si usa così". scopri poi che la maggior parte di questi stati canaglia (la Russia di Putin, la Cina, la "comunista" Cuba in testa) sono gli stessi che non si presenteranno insieme alla Cina al conferimento del Premio Nobel al dissidente cinese Liu Xiaobo. chissà come mai, questa coincidenza.

ma la vita è dura dappertutto. anche in nazioni modello per i diritti civili come Svezia e Olanda la destra avanza e va al governo. e sarebbe strano non succedesse. ci si può sorprendere che la gente abbia paura degl'immigrati, specie provenienti da paesi islamici i cui governi vorrebbero appunto impalarci o lapidarci?

e nei giorni scorsi in Spagna, una delle nazioni che oggi per i diritti civili è tra le più avanzate al mondo, la Fondazione di una banca la CajaMurcia ha eliminato dalla esposizione di una pittrice Pilar Echalecu i quadri che potevano urtare la sensibilità del pubblico. pose porno? atti sessuali sopraffatori e violenti? no, baci tra 2 uomini 40/50enni.
ok senza vestiti, ma mancavano solo le tendine e il centrino fatto ad uncinetto nel centro tavola!!! la banca che si dice cattolica può perdonare le truffe o - come fa il Vaticano - la bestemmia e il bunga bunga: ma non dire la verità, rispettare, riflettere e valorizzare l'intimità.

certo, se dovesse tornare al governo in Spagna il Partido Popular di Mariano Rajoy -che molti dicono essere una velata- voglio ben vedere come potranno togliere molti dei diritti conquistati con il governo di JLR Zapatero. ma se per ora di può rallentare l'intelligenza la comprensione, perché non farlo?
in Spagna come ovunque la nostra normalità dà fastidio perché annulla la loro, quella della propaganda e del luogo comune. è come riconoscere l'errore commesso contro Galileo: per secoli i nostri fratelli e sorelle "diversi" sono morti di odio e indifferenza, ma era solo convenzione ed interesse.

né l'eterosessualità si può definire una forma di amore superiore perché permette di generare bambini: questo sarebbe un insulto alla dignità della donna che non è una macchina per la procreazione, né è obbligata a questo.

infatti se un Provveditore agli Studi cerca di insegnare questo nella scuola pubblica (è successo la scorsa primavera in Andalusia), con corsi di educazione amorosa e sessuale che spiegano potrebbe capitarti nella vita di amare un uomo, oppure una donna, quali sono le tipicità e le incognite di ogni tipo d'amore... che devi usare sempre o quasi il preservativo, troverà le famiglie cattoliche unite e organizzate (quelle che in italia sarebbero rappresentate da Comunione e Liberazione e farebbero affari milionari con a Compagnia delle Opere) a parlare di "turbamento dei giovani".

per affermare la profonda quotidianità, vorrei quasi dire la "banalità" dell'amore omosessuale, è dalla normalità che bisogna ripartire, dalla bonarietà profonda dei Peanuts o di Eduardo De Filippo. e mi torna in mente la canzone di Mina "Quello lì Quello lì" che parlava dell'innamoramento di lei per un tamarro vicino al banco delle cozze e dei peperoni.

temo sia proprio al supermercato dove dobbiamo imparare -quando abbiamo voglia- di darci un bacio.
siamo noi i Liu Xiaobo dell'amore.

martedì 7 dicembre 2010

CE L'ABBIAMO NEL DIDIETRO!

non so perché abbia un accezione negativa questa espressione. del resto le ragioni dei modi di dire legati alla sessualità sono incomprensibili: in Italia per definire qualcosa di positivo si usa l'organo genitale femminile e per una sciocchezza quello maschile. in Spagna succede esattamente il contrario: "coño" è una scemenza, anche se manca l'attribuzione favorevole legata al membro virile che ci dovrebbe essere per senso di giustizia (solo immaginarlo fa ridere). forse succede quel che capita nel soffritto: semplicemente, noi facciamo il risotto con la cipolla e loro per la paella o altri piatti di riso usano l'aglio.
comunque torniamo al culo: il 1° gennaio scorso, sera della proiezione di "+ o - il sesso confuso", film di del post precedente, andando verso il cinema sono passato davanti alla vendita automatica notturna di una farmacia di quartiere.

altro che "sesso confuso"! a festeggiare la giornata mondiale dell'AIDS c'erano ben disposti tutti i tipi di preservativo (forse complemento troppo poco usato se la preoccupante notizia della settimana è stata che ormai, nella triste gara per il numero di contaminati dall'hiv, gli etero battono spesso gli omo, e molti sono i giovanissimi).
quel che più mi diverte è (foto sopra) l'assortimento di oggettistica erotica tipo vibratori di varia forma e grandezza o le palline da infilare qui e là... sarebbero stati tempo fa esclusiva dei sex shop o di quei malati sessuali dei gay, ed eccoli in farmacia... ma forse tutto è stato sdoganato dal marketing Durex e nobilitato da Corso Como 10 che vende dildo firmati senza troppi problemi.

ma guarda bene. cosa ti spicca sotto le caramelle contro il mal gola, a centro vetrina e quasi ad altezza occhio? immagino quindi sia un articolo molto richiesto, se lo mettono lì, nella vetrina di via Giambellino... è uno scalolotto ingombrante e per niente fashion: il clistere per preparare il rapporto anale!!! né designer item, né cult: semplicemente igiene. e non esiste una comunità di gay sodomiti sfrenati in zona, per quanto io sappia. ma allora hanno ragione le donne quando si lamentano che gli uomini vogliono ormai solo quello! sono cambiate le abitudini del Giambellino quando si passava il tempo nei trani a go-go (leggi osterie). e sono vissuto abbastanza per vederlo.

sabato 4 dicembre 2010

SENZA FARE DRAMMI + o -

ho visto un documentario che merita questo nome. ossia documenta in modo onesto, forte, sincero, semplice. si chiama "+ o - il sesso confuso" e mi piace già dal nome che prende in prestito un cinciafrascamento prenditempo (odio i modi di dire tipo "cioè", "al limite", "quant'altro") per parlare di un tema complesso; anzi -per contrappunto- quel "più o meno" di chi non ha argomenti coincide linguisticamente col destino di essere sieropositivi o sieronegativi. senza fare troppi drammi. la morale che mia madre darebbe probabilmente del film è "siamo qui di passaggio". la mia è "speravano di toglierci dalle palle alla svelta".

se ti capita, non perdere "+ o - il sesso confuso. racconti di mondi nell'era Aids". oppure compralo. perchè andrebbe trasmesso alle 8 di sera in TV, ma non succederà.
"+ o - il sesso confuso" documenta tante cose strettamente intrecciate fra loro in modo complesso e scioglie i nodi / le difficoltà attraverso le testimonianze personali di una ventina di persone (ben scelte!), e con intelligente successione riesce a distribuire temi difficili su una scala temporale.
"+ o - il sesso confuso" ricorda prima di tutto la sberla ricevuta dagli omosessuali come singoli e "comunità" all'arrivo dell'hiv (come ricorda Andrea Pini, il virus ha messo in ginocchio i primi tentativi di costruire qualcosa di coerente gay o lesbico in Italia. dalla malattia non c'era nessuna salvezza, anzi all'inizio non c'era nessuna cura, semplicemente aspettavi di morire*. se non bastava questo i malati avevano anche un mondo di merda intorno a loro. ad esempio, un valente e combattivo sacerdote racconta che le famiglie non rispondevano alle sue lettere o rispedivano la fede d'oro o l'oggettino che il morto gli aveva pregato di spedire loro come ricordo. "figlio di un cane" in questo caso è un'offesa ai cani.
documenta anche che l'AIDS non è purtroppo stato un'occasione di crescita umana per l'intera società: anzi proprio il fatto che andasse a colpire con preferenza comportamenti con cui la società umana fatica a fare in conti (e su cui le Chiese o le industrie farmaceutiche fanno invece conto, eccome) non ha permesso di affrontare l'emergenza come si sarebbe potuto. l'hiv è un virus simbiotico con l'ignoranza e il pregiudizio.

"+ o - il sesso confuso" ha poi il coraggio di affrontare il tema del barebacking (ossia farlo senza condom, come scelta intenzionale o per provare un piacere più intenso) e ha il coraggio di dire che è ormai un comportamento di massa. per i gay dov'è forse sintomo della mancanza di autostima (suicidio collettivo? sindrome di James Dean?). comincia a dire come stanno davvero le cose, come se gli omosessuali non avendo poco da perdere si giocano alla roulette russa anche quello. gli etero, poveretti, neppure si pongono il problema. anzi, intervistati in una scuola, i ggiovani dicono che basta la pillola, e una cretinetti qualsiasi arriva a dire - anno 2010 - chi lo deve usare sono forse gli omosessuali che "se la sono cercata".
ma le ragioni di chi non vuole usare la gomma sono presentate, e in un paese dove la parola "preservativo" non si poteva neanche pronunciare in TV (fu una rivoluzione con il governo Prodi se Livia Turco, Ministro della Salute, lo permise), dove tutti lo infilano facendo finta di niente, come le passione fosse una scusa.

"+ o - il sesso confuso" dice anche una cosa straordinaria dal punto di vista scientifico, che non sapevo: che se tutti facessimo regolarmente il test, e lo si identificasse subito si potrebbe controllare il virus e metterlo in un angolo, abbassarne la presenza e la pericolosità F_I_N_O___A___R_E_N_D_E_R_L_O Q_U_A_S_I___I_N_E_R_T_E.
purtroppo è davvero difficile perché è l'hiv è un virus che fa comodo: mette in gioco la percezione che abbiamo di noi stessi, porta in campo la morale e le paure, si muove nella zona meno codificata dell'esistenza e soprattutto dà una bella mano a interessi di dominio spirituale della Chiesa prima e profitti delle case farmaceutiche.
ovvio, se questa chiamata alla responsabilità collettiva permettesse di eliminare davvero il virus sarebbe una bella sfida, e richiederebbe poco più che una vaccinazione! ma non vedo proprio chi abbia il titolo, la forza e la voglia di esserne propulsore.

a coerente epilogo di quel che il documentario denuncia, il 1° dicembre 2010 (giornata mondiale dell'AIDS) alla proiezione presso il cinema Mexico di Milano (forse mal pubblicizzata) eravamo al massimo 10 persone, tra cui il presidente della Lila Milano. anche questo dobbiamo dire, mentre i bar, le saune e i sex club erano pieni.

"+ o - il sesso confuso. racconti di mondi nell'era Aids" ha anche un bellissimo sito web. facciamogli onore lì, e spero il sito del film si trasformi in qualcosa di più.

*** lo so bene: negli anni più duri dell'epidemia senza medicine sono stato ricoverato nel tristemente noto reparto infettivi dell'Ospedale Sacco di Milano per epatite A. ero isolato -pur non essendo direttamente infettivo- e dovevo parlare con chi veniva a trovarmi tramite un telefono di gommapiuma da dietro il vetro.
mi ricordo che una volta vidi passare nel corridoio per far visita a un paziente un uomo bellissimo, tipo orso, con un mazzo di rose rosse. davvero difficile non notarlo. non dimenticherò mai la sua dignità che faceva a pugni con una rassegnazione senza misura. era mio fratello. e da quel giorno aspettavo passasse, nella speranza di fargli un cenno e consolarlo (capirai che consolazione, un tipo in pigiama che ti sorride dall'acquario). ho ringraziato per i 20 giorni 20 del ricovero il mio brutto carattere, il fatto di "non piacere a molti" o che -figlio di gente comune- avessi dovuto studiare con ben poco tempo libero per scopare. e benedette le mie pretese di trovare principe azzurro senza sperare di trovarlo in un parco. ero ricoverato per epatite, e sapevo di aver avuto un gran culo.

sabato 20 novembre 2010

ECCE OMO, MA QUALE?

Ho appena letto un libro molto bello (e lontano dal periodo di lancio come mi capita di fare con i libri o i film da cui spero qualcosa ma che sono oggetto di troppa attenzione pubblica): “Ecce Omo” di Franco Grillini. Conosco Franco da anni, addirittura dal tempo di un mitico campeggio organizzato dalla rivista Babilonia a Vieste, sul Gargano. Mi ospitò una o due notti nella sua tenda!, ma niente colpi di scema. I nostri universi di desiderio non s’incontrano neppure di sbieco. Lo stimo molto, sono stato suo complice, penso sia una persona che ha cambiato l’Italia solo per il fatto di esserci con semplicità, puntualità, ostinazione e ironia (le doti elencate non sono in ordine d’importanza).

Ho scoperto tra l’altro che anche lui ha come libro cult Omosessuali Moderni di Marzio Barbagli e Asher Colombo che dovrebbe essere, nella mia Italia ideale, un libro di testo nei primi anni delle scuole superiori. Spiega tra l'altro che gli "etero" avrebbero molto da imparare, in quanto a strategie di difesa e resistenza della coppia, da chi vive un amore così messo alla berlina come quello omosessuale.

Grillini racconta l’Italia che è stata, ed è molto cambiata, con una verve davvero unica. Sono socialista come Oscar Wilde e invidio la sua semplicità, quel senso dello humour sdrammatizzante. Leggi, e ti sembra di sentire il suo accento bolognese. Ho trovato nel libro anche diversi episodi/aneddoti che solo lui può raccontare (sulla presenza di omosessuali nel parlamento italiano o la pruriginosa, paranoica, vigliacca "percezione della cosa” in Parlamento, ad esempio). "Ecce Omo" finisce anche in maniera ottimista, considerando l'incredibile cambiamento epocale che il web comporta per noi uomini che desideriamo gli uomini e per le donne che desiderano le donne.

Che coincidenza!, la lettura del libro è avvenuta per me con la scoperta dei nuovi sistemi di cucco tramite i-Phone (Grindr, Scruff U4Bear etc), ossia il software che aiuta oggi a individuare l’omo di buona volontà a procacciarsi il pene quotidiano.

E' stato un forte mash-up di sentimenti: l’evocazione di un'epoca, della sua famiglia d’origine così diversa e così simile alla mia, fino a respirare l’atmosfera carica di odio o indifferenza che anni fa ci ha spinto ad impegnarci ... E insieme prendere atto di “cosa sta succedendo” oggi, il gaysmo 3.0 (a far da ciliegina -coerenza e paradosso- ci sarebbe che Grillini è un technofreak, deciso appassionato di nuove tecnologie telefoniniche o computerotiche).

Il sistema degli applicativi per iPhone è un capitolo nuovo dell’umanità che rappresentiamo. E’ il nuovo battuage (luogo di incontri occasionali dettati dal desiderio) con i gradi di separazione misurati dalla rilevazione satellitare. Ama il tuo prossimo, e misura i chilometri, anzi i metri di distanza. E non cosa niente. Per ora, è gratis come il desiderio.
Capisco perché Chris Anderson, il direttore Wired US dice che il web è morto. Per incasinato che sia, il web è un discorso, una rete di discorsi. Non puoi certo seguire tutto, ma devi costruire o trovare il tuo filo rosso. Le app lo cambian todo, e diventano una vera estensione di te. Anche se sono un po' come i popcorn: li mangi di gusto ma non sai se ti hanno sfamato o sono stati solo un passatempo mentre guardavi la vita (il film) passare.

Comunque non c’è più bisogno del parco, persino il gaydar (la rilevazione istintiva della presenza di un altro come te che ti passa accanto) può quasi andare in pensione. E quante tipologie "gay" nuove e vecchie sembra di veder comparire tutte insieme sulla scena: “maschi veri” che forse un tempo si sarebbero sposati, ultime tendenze, solite cretine, tipi con tanti tatuaggi da sembrare un codice miniato, orsi paradossali, maschi incredibili solo passivi, timidoni da fermoposta di un tempo che si convertono alla elettrochat. Un censimento. Retto da inconsistenza e prepotenza insieme. Un misto di tracotanza esibita, fragilità percepibile, molta nevrosi. Innovazione nei difetti di sempre.
Forse (direbbero le donne lesbiche, più portate all'amicizia stile alveare) la finta vicinanza elettronica conferma, amplifica e aiuta la paura dell'amore. Anche in questo siamo cambiati molto eppure no. Cerchi uno sguardo che s'interseca al tuo, ma tanto sai che è solo un telecomando, e al massimo sarà solo una scopata in più.

Da un lato la app continua il lavoro fatto dal web nel ridefinire l’idea stessa d'identità e di rapporto: permette una confidenza assoluta, intima, prima inimmaginabile. Sviluppi questa confidenza prima di avere la persona a fianco; è my life in a quadratino... fino a che vedi le persone nella vita reale e ti domandi come ci starebbero in un riquadro di un social network (o se lì le avresti apprezzate). Grazie ad Internet e al suo censimento, la presenza omosessuale diventa un urlo d’amore, con possibilità di autodifesa finora inimmaginabili.

Eppure, allo stesso tempo, la modalità elettronica delle app aliena, astrae, ingigantisce i luoghi comuni, le difficoltà che dall'istinto partono e che la cultura vigente aiuta a non risolvere. L'autostima manca, le scorciatoie abbondano. E qui si fa sulla vanagloria maschile, uguale a quella dei maschi etero: l'uomo vuole cuccare, ripetutamente. Il Don Giovanni non è etero né gay. Anzi l'omo che va con l'omo è il Don Giovanni che si è liberato d'ogni impiccio.

Il primo ragazzo cui ho parlato via iPhone ha profetizzato dopo un po' "Vedrai,sarà solo una perdita di tempo". Ma ho pensato che si deludeva troppo presto, perché cresce ogni giorno il numero degli adepti, mi pare.
Certo, la modalità è quella che è, e non si può immaginare di articolare grandi discorsi sulla tastierina dell’iPhone o similare. Ma la voracità affermativa dalla compulsività maschile sposta le frontiere del nuovo battuage sulla scena elettronica. Omosessuali modernissimi. Lo psicodramma d'amore continua, misto a disistima di sé, voglia di tagliar corto per "arrivare al dunque", bisogno di coprire la solitudine.
Sarà un un po’ da schiavi che non sanno ancora cosa fare della libertà?
La Zia Tom è tra noi.

lunedì 15 novembre 2010

ALTRO CHE PORCELLANA.

Ho fatto doppietta dello stesso attore, e dopo "Mammouth" ho visto "Potiche, La Bella Statuina", ultima opera dell'inquieto, poliedrico, polimorfo e perverso François Ozon.
Depardieu anche qui è tanto bravo quanto fisicamente immenso, nei panni del deputato comunista (grazie allo spot prima del film ho visto che è bravo anche in pubblicità e d'ora in poi consumerò Cirio).
Ma in "Potiche" gli tiene testa, e lo batte, Catherine Deneuve, la Marianna regina del mondo laico che ha per capitale Parigi, che mi piace ricordare è stata compagna di Marcello Mastroianni.
Icona lesbica e gay (2 cose molto difficili da avere insieme), donna che vive nel suo arrondisement protetta da vicini di casa e bottegai contro l'invadenza di media e paparazzi e in un'intervista a Venezia risponde al giornalista che le chiede se si sente una privilegiate "già mi vergogno di doverle concedere l'intervista su questa terrazza".
Seguo Ozon dal suo primo cortometraggio "Une robe d'eté" e dall'inquieto "Sitcom": trovo che sia un maestro al di sopra dei generi cinematografici che scavalca, unisce e deride per fare film molto personali.
In "Potiche" vediamo un lavoro di analisi sull'intelligenza femminile, o se dovessi parafrasare Fiorella Mannoia "Quello che le donne fanno finta di non capire". Eppure non c'è niente di non detto. Il paradosso del camp e del surreale entra nella trama di un film borghese per completare e demistificare la realtà (come succede anche in "Mammouth", l'altro film con Depardiaeu protagonista attualmente sugli schermi, ma in modo più bonario).
Ne viene fuori un film storico sull'arrivo nella società del potere femminile, in modo molto inaspettato. Racconta una Margaret Thatcher con l'intelligenza di Vivienne Westwood e la voce di Mirelle Mathieu. Qualcosa che solo in Francia si può avere, volendolo.
François Ozon è un caso unico, un autore apertamente, radicalmente, evidentemente gay anche quando non tratta un tema gay. Porta a ingrediente quel certo non so che, il segreto pubblico, l'amore che non osa pronunciare il suo nome, la bugia che dice la verità etc.
Rainer Werner Fassbinder potrebbe amare, Pedro Almodovar ha molto da invidiare.

domenica 14 novembre 2010

MAMMOUTH.


Non abbiamo più libretto di istruzioni, è quel che che è, forse la razza umana è un esperimento fallito, difficile comunicare tra le generazioni anzi difficile comunicare, la liberazione non è più possibile, il consumismo ha mangiato tutto e resta solo la guerra tra poveri però possiamo anzi dobbiamo distruggere tutti i luoghi comuni dell'immaginario collettivo segnati dal minimo comun denominatore americano. Ripartiamo dall'istinto, da quel che ci pare, dall'amore. Il futuro non sarà più quello di una volta, ma nulla va perduto e ognuno faccia, del suo, quel che può.

E' Mammouth, un film che cambia il cinema, un vero noir dell'anima. Da Benoit Delépine e Gustave Kervern, i registi di Louise Michel, con un Depardieu che supera De Niro: icona vivente, Yolande Moreau che si conferma attrice assoluta, Isabella Adjani che ha esagerato con le plastiche facciali. E Miss Ming, il futuro.

mercoledì 3 novembre 2010

LO STATO DELLE COSCE.

In un evento chiamato Motorshow (il che già la dice lungo e duro) l'attuale Presidente del Consiglio Italiano esibisce il motore che ha (o pensa di avere) tra le gambe: ''Meglio essere appassionati di belle ragazze che gay''. Molta gente civile è saltata sulla sedia (non mentre parlava: applaudivano), gay e lesbiche si sono offesi, tutti i media del mondo ne hanno parlato.
A me succede molto poco, la cosa non mi stupisce né mi fa arrabbiare. E mi chiedo il perché di quest'indifferenza; proprio io che ho per immagine di profilo facebook la mia ostilità come italiano verso quest'uomo indegno. Aspetto che reagiscano altri, più titolati o famosi di me, come la signora De Santis, Presidente dell'AGEDO o il fin troppo misurato Nichi Vendola. E' che mi sento una pila esausta. Poi ascoltando Vincent Delerm e una canzone, "Un temps pour tout", capisco. Forse il suono della lingua francese aiuta l'introspezione.

Mi domandano molte volte se ho subito danni per omofobia, se ne ho sentito il peso, e sono sicuro di sì. Tanta, troppa, una valanga non misurabile. Ma quando me lo chiedono esito a rispondere: per pudore o per evitare di sembrare un baüscia, il martire che si fa bello delle proprie ferite. La traiettoria umana e professionale di un uomo affermativo come me, un affabulatore (a volte encantador come mi dicono lusingandomi gli spagnoli), uno che nella vita ha avuto buon successo e visibilità professionale, sembrerebbe dimostrare il contrario della discriminazione.
Ma so soltanto io quanto tutto questo mi è costato "nonostante" la mia omosessualità. E sottolineo che se anche fosse "grazie a", non sarebbe differente. Anzi, forse sarebbe peggio.

E' che sull'omosessualità si punta troppo l'attenzione, e in modo squallido. E' come se mentre fanno finta di ascoltarti ti guardassero la patta, per scoprire se qualcosa si muove. E se sei una donna si domandano come fai a non riempire il tuo tempio libero con il sacro mattarello. Un orrore infinito.
Mi è capitato di pensare a questo "difetto di normalità" recentemente, nell'ultima posizione lavorativa "prestigiosa", Direttore Creativo in un'agenzia di pubblicità dov'ero accettato come niente fosse. Appunto "come niente fosse". Come se io nella vita quotidiana immaginassi il tipo di coito che il cretinetti tollerante di turno ha. Ma non è come se niente fosse: le montagne di fango davanti alla porta di casa ho dovuto spalarle via io. La discriminazione è nella parola stessa. E poi, che ridere, ero il capo. Fossi stato l'ultimo degli ultimi, senza un armatura caratteriale e una posizione a difendermi?

Noi, uomini che desideriamo gli uomini o le donne che amano le donne, viviamo sotto dittatura. Life during wartime, cantavano i Talking Heads. Ed è come se ci nascondessimo nei rifugi quando cadono le bombe, magari bombe del fuoco amico tipo gli stilisti o la moda o lo sfruttamento della nostra sessualità per farne carne da McChicken. Il consumismo ci libera e ci sfrutta.

Come sogno la banalizzazione dell'omosessualità!, delle sue presunte differenze magiche e delle proiezioni che su questo desiderio / orientamento fanno la cultura ufficiale, la religione, il senso comune. Come auguro che nelle prossime generazioni diventi un particolare meno significante (succederà mai?), un tratto del carattere.
Certo, bisognerebbe insegnare nelle scuole la parità di amore, le regole di comportamento corretto verso sé e gli altri. Ma dubito, proprio per questo, che il cambiamento avverrà. La paura, diceva Rainer Werner Fassbinder, mangia l'anima.

Mentre la guerra e i bombardamenti continuano, rispetto (anche se ho fatto la scelta opposta) gli uomini e donne che restano nascosti nell'armadio, comodo e sicuro, coperti da una moglie (che gli spagnoli chiamano tapadera) o da un marito (chissà che definizione ne daremmo, non è un caso che non esista).
E resta la domanda: se vivremo più liberi non rischieremo di perdere l'ispirazione o quella particolarità che ci contraddistingue? E' quel che si domandava Dominique Fernandez anni fa in un illuminate saggio "Il ratto di Ganimede". Poi è arrivata internet, e ciascuno di noi con un po' di buona volontà può trovare conferme, amici, fidanzamenti, sesso a volontà (sempre restando attenti a non diventare carne per McChicken).
Ma con il rimpianto targato "si stava meglio quando si stava peggio" non saremmo mai arrivati a un Presidente come Barack Obama. E certo, Obama non ha fatto neanche un decimo di quel che avrebbe dovuto rispetto a quanto promesso ed è già in crisi, coi fascisti 3.0 del Tea Party che si presentano moderni e spigliati per riaffermare il peggio, invadere un altro Iraq e lasciar morire gli ammalati poveri. Questo ci fa domandare se la coscienza, l'autopercezione (quello che ci differenzia dagli animali) non si trasforma in menzogna e non dimostri che la razza umana è un esperimento fallito. Può essere, ma finché stiamo qui non diamola vinta.

Ma tornando al campo della sessualità, dove l'autopercezione lo cambia todo (gli animali ci mettono 15 secondi per raggiungere l'orgasmo, noi scriviamo la Divina Commedia o Alla Ricerca del Tempo Perduto). E un aspetto "incatalogabile" come il desiderio e l'amore per le persone del proprio sesso manda tutto in tilt. Religioni (specie quelle monoteiste, con il dio vigile urbano) e i poteri consacrati ci speculano da sempre. Come può stupire se non lo faccia al Motorshow il Silvioshow?

Né consola l'acquitrino che ci circonda. Facciamo un giro nelle pagine web o faccialibro dedicati alla notizia. "Berlusconi vuol rendere capro espiatorio la categoria più debole i gay per distogliere l'opinione pubblica dai suoi casini", osserva un anonimo commentatore su internet. Il problema, a me sembra, è l'anonimato del commentatore. Qualcuno se la prende con chi, nel video della dichiarazione omofoba, saluta la frase con gli applausi. Ma è difficile immaginare che al Motorshow si applauda a Martine Rothblatt.
Una tale Giorgia difende il Premier dalle accuse degli avversari politici: “Ma l’On.le Di Pietro perchè si scalda cosi? Che c’azzecca con i gay?“. (dobbiamo leggere "...ma come? è maschio anche Di Pietro! mi farei montare da lui più che da Berlusconi!"). Poi c'è una certa Silvia: ”Il Presidente ha detto che non è gay. Famiglia Cristiana cosa dirà oggi? Lo criticherà?“ (ricordiamo che il Giornale di casa Berlusconi, accusando di omosessualità il direttore del quotidiano cattolico Avvenire, lo costrinse alle dimissioni). E c'è anche chi dice: “Cara sinistra, invece di pensare a chi gradisce le donne perchè non pensate ai Sircana e ai Marrazzi vostri?“. E non ne usciremo presto, a sentire un giornale che visto dall'Italia pare comunista, l'americano Time: "Mediaset ha determinato un cambio di gusti tanto profondo che per i prossimi 30 anni gli italiani saranno più berlusconizzati di Berlusconi.”. Anche perché Papi non ha fatto altro altro che dare valore e personificare come vincente la pattumiera mentale che c'era prima.

Parlano tutti, e noi siamo costretti a vivere sotto i bombardamenti. Ma almeno c'è intorno il mondo che ci regala un lieto intervallo: le dichiarazioni a proposito di Julienne Moore, un mio idolo di tutta la vita. Non basta, ma consola.

martedì 26 ottobre 2010

COSA RACCOGLIAMO INSIEME ALLE ARANCE.

Un pomeriggio di qualche giorno fa in via Dante (centro città di Milano) ho risposto sbrigativamente, con un gesto di stizza, a un ragazzo di colore che voleva vendermi qualcosa (libri, immagino). Avevo le mie ragioni, temevo d'aver perso il portafogli. Ma mi ha colpito la naturalezza e l'incredulità bonaria con cui lui ha reagito: "Eh, ma non vuoi parlare con me?". Per fortuna poi ho ritrovato il portafoglio, e quella stessa sera ho visto un film al Mexico di Milano, il cinema che è (quasi sempre) una garanzia. Era "Il Sangue Verde", premiato a Venezia e che ho perso quando l'hanno trasmesso su RAI3 che lo coproduce. Ero felicissimo di vederlo su grande schermo, in una serata organizzata da La Terra Trema, gruppo di riflessione e azione sui temi dell'alimentazione, agricoltura e allevamento sostenibili.

Il film mi ha fatto ripensare al ragazzo del pomeriggio e vergognare d'essere italiano e forse anche di essere umano. Il regista Andrea Segre racconta con umanità i fatti di Rosarno di qualche mese fa. Il punto di vista è quello della manodopera, ragazzi di colore intelligenti ma che parlano inglese o francese e non italiano (si sa, capita).
Il film incrocia sapientemente la loro storia e la cronaca con i problemi delle terre di Calabria che li hanno ospitati e respinti. Strappate al latifondo per darle al lavoro di piccoli agricoltori con le lotte degli anni '50 sono state poi espropriate dai soldi arrivati con lo "sviluppo" e le autostrade (i costruttori di strade avevano soldi mai visti prima). Aggiungiamo a questo l'emigrazione e l'uso distorto degli aiuti CEE. Fino ad oggi, giorno in cui la 'ndrangheta tratta questi ragazzi che raccolgono le arance come nuovi schiavi nell'indifferenza della popolazione e con l'insulto del nostro inetto governo (è sì che fan le lampade e vanno alle Maldive per sembrare più belli e negri, o no?).

Quello che il film dice è che la globalizzazione ci mette di fronte a problemi di incomunicabilità che qualcuno sfrutta, e forse sta nascendo un razzismo DOP italiano.

Per la prima volta avevo davanti a me 2 nuovi italiani che chiedevano solo dignità in quanto braccianti e zappatori. Era sconfortante sentir dire cose tipo "Non è giusto che veniamo maltrattati perché facciamo un lavoro duro che nessun altro vuole fare fare, ma è anche necessario. Noi lavoriamo, stiamo facendo il bene dell'Italia. E se ci pagano solo 25 euro al giorno non vale neanche la pena di lavorare... e non possiamo mandare i soldi alla nostra famiglia" (capivi che l'aspirational televisivo permette al tonto di giudicare questa gente inferiore e proiettare su di loro la vergogna della povertà con cui le TV berluscone hanno innaffiato l'Italia. E continuavano i ragazzi: "Io in Africa non ho mai dormito per terra e senza riscaldamento". E il tonto neorazzista italiano giustifica il razzismo facendo proprio il vecchio luogo comune che in Africa vivono ancora sugli alberi). Ma altro che jungla: molti di questi ragazzi scappano dalla guerra (postcolonialista): per esempio quando la madre di un ragazzo presente al cinema gli ha detto "Hanno già ucciso tuo padre e tuo fratello... Col carattere impulsivo che hai puoi fare una sola cosa, per la mia tranquillità: andartene". E lui è finito a Rosarno.
Raccontavano che se pioveva durante il raccolto delle arance, i calabresi "istintivamante" facevano smettere di lavorare e chiamavano sotto i ripari gli altri bianchi: bulgari, polacchi, romeni ma lasciavano i neri nei campi a raccogliere arance e mandarini, con l'acqua che entrava negli impermeabili nella stagione già inclemente. Come se i negri fossero più resistenti. Resistenti anche all'ignoranza, effettivamente quando commentano mezzi serafici e mezzi rassegnati: "Ok la solidarietà della pelle (quasi giustificandola, NdR) ma non è giusta questa solidarietà della pelle. Stavamo lavorando!".

Per fortuna c'era anche qualcosa di positivo e con la pelle bianca in quella serata: ad esempio la testimonianza di un uomo piemontese, un laureato che si è messo da qualche anno a fare formaggi di capra (zona Canelli). Sarebbe andato il giorno dopo a Bruxelles per chiedere all'Unione Europea che i finanziamenti all'agricoltura aiutino soprattutto le piccole medie aziende con il vincolo di mettere in regola gli immigrati.
Quest'uomo, Fabrizio, ha fatto nascere in me che sia nato un razzismo tutto italiano. Fabrizio faceva notare come l'ignoranza in quest'era di benessere prende nuove e impreviste forme: il razzismo coincide con il declassamento della donna a oggetto sessuale e con l'omofobia. Cancellare la diversità per arroccarsi nell'ignoranza e vivere di rimpianto per quei pochi anni che restano da vivere. L'Italia é marcia delle sue paranoie, dei suoi limiti che diventano vendetta e indifferenza contro i nuovi poveri? Sì certo, se marcio o terribilmente complicato non fosse il mondo, con tutte queste guerre in queste ex colonie dell'Occidente, e scappare non è più impossibile come un tempo. E quando la Signora Merkel dice che il multiculturalismo è un fallimento, ci indichi un percorso alternativo all'ascolto e all'integrazione. Piani B non ne vedo.

A fine spettacolo sono andato a ringraziare personalmente i 2 ragazzi presenti alla proiezione che venivano dal paradiso di Rosarno. Ero contento di non trovarmi davanti a un venditore di oggetti inutili ma a 2 persone emozionate, 2 gran bei ragazzi, 2 cittadini che mi chiedevano - e m'insegnavano - umanità.

martedì 12 ottobre 2010

IMPRINTING.

(già dal titolo, argomento congeniale a Radio Pavlov!)
Mi sono sempre domandato come funzionano desiderio e attrazione ossia perché una persona ci piace eroticamente e un'altra no.
L'estetica generata dall'arte classica greca e romana, o il canone rinascimentale sono per noi italiani parametri fondamentali a cui aggiungerei forse un pizzico di cinema neorealista. Poi è arrivata la TV commerciale, e in seguito internet o la globalizzazione con la relativizzazione e perdita di parametri che spinge molti a tatuarsi come carte geografiche per segnare almeno sul proprio corpo il territorio conosciuto. Ma la bellezza vera è una cosa, Fabrizio Corona un'altra.

Tornando a me e al mio senso della realtà desiderabile, unisco l'aspetto estetico/erotico al possesso d'intelligenza. I 2 ingredienti sono per me indissolubili, anzi lo diventano vieppiù col passare degli anni. Sono definitivamente lesbico, dovessi dirlo con una battuta, e l'approccio schizz'n'go alla vita, così diffuso tra gli omosessuali maschi mi lascia quasi del tutto indifferente. Sono un silver daddy coerentemente vintage.

Fatta la premessa, passiamo alla messa. Per un improvviso cortocircuito tra circostanze Facebook e ricordi, sono andato oggi a cercare qualcosa su un nome che da anni mi tornava in mente. E mi sono così reso conto della potenza di una figura che ha fatto da imprinting su ciò che trovo desiderabile nella vita e nella maschilità: Alberto Manzi, quello di "Non è mai troppo tardi".
Spiego a chi, tra i miei 25 lettori, è molto più giovane di me (grazie) o agli amati spagnoli. Negli anni '60 del secolo scorso, ossia quand'ho cominciato a capire le cose e un po' enfant prodige a leggere e scrivere, c'era quest'uomo in TV diventato poi figura mitologica: era un maestro che faceva lezione e alfabetizzava l'Italia del dopoguerra, cercando di dimuinire differenze regionali, svantaggio sociale e arretratezza. Aveva una personalità forte, stile coinvolgente e mai noioso, ed è per me diventato esempio e modello di riferimento.

Se devi spiegare argomenti, anche difficili, prova a farlo usando parole semplici o almeno aiuta la comprensione, circonstanziando bene gli argomenti ardui in un discorso fluido. Per i casi della vita poi il mio mestiere non è stato quello dell'insegnante, ma il pubblicitario (versione più glamour e moderna, senz'altro meglio retribuita del divulgatore) ma l'imprinting è stato quello. Ma quando ho fatto le trasmissioni radio e mi sono "riprogrammato" nella pronuncia e nello stile espressivo per essere compreso, il primo maestro è senz'altro stato quel bell'uomo di Alberto Manzi. Io, come l'Italia cuoriosa e attenta, pendevo dalle sue labbra (belle). Quando ho detto per anni che l'intelligenza mi eccita (aiutata dalla bellezza che riesce a generare), cercavo quelle labbra mediterranee.

Su wikipedia ho letto della sua gloriosa rivolta, lasciate le trasmissioni e tornato insegnante, contro l'introduzione dei giudizi da dare sugli alunni a scuola al posto dei voti.
Alberto Manzi li trovava assolutamente inadeguati: "Non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest'anno, l'abbiamo bollato per i prossimi anni".
E quando per questo lo sospendono dall'insegnamento (lui! a cui dovevano dare il Ministero della Pubblica Istruzione!) si mostrò disponibile a una valutazione riepilogativa unica per tutti i ragazzi con un timbro (!!!) il giudizio era: "Fa quel che può, quel che non può non fa". E quando il Ministero della Pubblica Istruzione si mostra contrario alla valutazione timbrata. Manzi risponde dicendo: "Non c'è problema, posso scriverlo anche a penna".

Forse evitare il timbro è una cosa che può aiutare in quest'epoca di neoanalfabetismo digitale, dove l'espressione di sé è limitata ai 140 caratteri di un sms o Twitter e si ferma per paura già prima. L'intelligenza non può esibirsi, per esempio, nei profili di ricerca dell'anima gemella o di cucco online, e le descrizioni di sé fanno pensare alla razza umana come a un esperimento malriuscito.
"Va' avanti" è l'imperativo morale, non perdere fiducia o pazienza. "Non è mai troppo tardi".

giovedì 7 ottobre 2010

IL RUMORE DEL SILENZIO.












Ci sarebbe molto da dire sull'angosciante vicenda della piccola Sarah uccisa e violentata dallo zio, sulla cugina che sapeva e copriva, sullo zio che rilasciava interviste, sulla madre di Sarah che avevi sospetti, sul tanto sbandierato "valore dalla famiglia" vs la violenza spaventosa che in realtà può esercitare (come diceva Susan Sontag).

Il semplice svolgersi degli avvenimenti non si discosta molto da una fiaba di Perrault o dei Fratelli Grimm: ne sarebbe solo una versione contemporanea ed elettrificata.

Ma qui purtroppo c'è proprio di più: c'è una vergogna provata dallo spettatore (ad esempio me, che neppure guardo la TV) e che trova paragone solo, chissà, con quella provata del pubblico nell'inesorabilità intensa e rituale della tragedia greca antica. Ma lì era solo rappresentazione e portava alla catarsi. Qui porta all'audience e lascia la ferita aperta.

Ci sarebbe molto da dire sull'esposizione pubblica del privato cui siamo ormai abituati, sulla violenza esercitata verso persone consenzienti facendo leva sulla loro vanità. Questa violenza è arrivata al punto di non ritorno nell'immagine della madre di Sarah pietrificata mentre riceve la notizia della confessione di suo cognato seduta nel salotto della casa di lui, in diretta TV.

E' l'implosione della cosiddetta normalità. E' la messinscena che non riesce più ad autocertificarsi come verità. E' il Grande Fratello con il morto, la povera ragazza che dal paesello voleva scappare.

E' scontro tra istinto/civiltà ancestrale da un lato e mondo "moderno"/culto dell'immagine dall'altro. Barbablu voleva approfittarsi della nipotina, l'ha fatto e non siamo riusciti a spegnere la TV in tempo.

Ci sarebbe molto da dire, l'urlo morale chiede "ma stai zitto", e non ce la faccio. Ho vergogna che una cosa del genere sia successa.

mercoledì 22 settembre 2010

CORRADO LEVI, 2010. <---- Quasi, autoamori di Johnny----> e <---- Una poesia ---->



































Sono stato venerdì scorso all'inaugurazione di una personale di Corrado Levi, che termina così il suo periodo di riflessione a Marrakech (troppi nuovi ricchi? chissà) e torna tra noi. Difficile dire cosa sia per me - e per una o più generazioni - Corrado. Un maestro, un fratello maggiore, un amico, uno stimolo, un punto di paragone de toda la vida.

La sua intelligenza delle cose, inesorabile e imprendibile insieme, mi è comparsa per la prima volta tanti anni fa attraverso dispense delle tesi di laurea dei suoi studenti e del gruppo di lavoro "Dalle Cantine Frocie" alla facoltà di Architettura a Milano. Uno dei temi che - da giovane uomo - mi colpì e cambiò tutto era lo studio delle posizioni di vita nelle case famigliari e della mediocrità assoluta (impossibile) come metro mentale di misura del design dei mobili e degli oggetti. Le cose di tutti i giorni favorivano una prossemica e rispettavano una scala dei valori patriarcale che diventava la dittatura della (cosiddetta) normalità eterossuale, una dittatura che permea e informa di sé l'intera realtà fino quasi a non permetterti (senza accorgertene) di esistere veramente.

Corrado insegnava Composizione Architettonica 4 (se ricordo bene) ad Architettura Milano degli anni d'oro. E anzichè battagliare contro i contestatori, era uno di loro su un altro piano. Avevi quasi imparato tutto? Eri vicino alla laurea? Volevi fare l'architetto? Lui ti consigliava, ti correggeva e ti guidava in una scoperta e costruzione della qualità diversa della vita. Inutile dire, molti che nel tempo sono diventati miei amici avevano studiato con lui.

L'innnamoramento mio fu poi corrisposto: qualche anno dopo Corrado impazziva per una delle cose più belle che ho fatto in vita mia l'Altro Martedì (versione classic, quello dei primi anni).
E' stata la prima trasmissione radio gay d'Italia con grandi numeri d'ascolto, a Radio Popolare Milano. L'Altro Martedì - con una struttura a rubriche e servizi, come fosse un magazine audio - usava il linguaggio delle favelas omosessuali invisibili per costruire la rivalsa e tirare bordate non stop contro la cosiddetta normalità. Non si era per nulla infastidito se in un nostro radiodramma parodia Cunsciada De Pedra, c'era un personaggio che era un suo avatar, Corrida Levis che regalava jeans ai ragazzotti boni per conquistarli (se ricordo bene).

Il rapporto è continuato nel tempo, e l'Altro Martdì è diventato addirittura per un anno accademico materia di studio ed esame nel suo corso.
Dopo una prima lezione sul tema "La Notte" (ossia la capacità degli omosessuali di cambiare senso, nomi e destinazione d'uso ai luoghi della città di notte) l'entusiasmo portò gli studenti a chiedere per acclamazione una seconda lezione (che Corrado fissò subito) sul Parrucchierismo e il Poveradonnismo, ossia la lettura delle canzonette sguince come colonna sonora di un'esistenza che non poteva basarsi sui testi nobili della letteratura e della convenzione per dare un senso alla realtà.
Le canzoni della Mina, la Patty e la Berté (e decine altre) diventavano le miniere dove si estraeva un senso della vita altro, quello che si celebrava - per esempio - ogni sera ai Bastioni di Porta Venezia prima ancora che fosse importata la parola cruising (ma già si diceva battuage) o alla Nuova Idea (una discoteca vicino alla Stazione Garibaldi oggi distrutta per far spazio al cemento e avrebbe dovuto essere invece preservata, chessò, come la Valle dei Templi o la casa natale di Biki).

Quest'ultima lezione divenne appunto materia d'esame, e memorabile fu ad esempio la performance della mia amica Luisa che si presentò con Novella 2000 contenente servizio fotografico su Orietta Berti truccata da punk (!!!) e il mangiadischi con diversi 45 giri per approfondire le sue personali ricerche ed approfondimenti. Quando le trovo, se interessano, posso mettere online o inviare le dispense autografe di questa lezione.

Credo vedesse nel nostro percorso - tra dada e punk, tra derisione e costruzione di senso- la continuazione di lui Corrado, Mario Mieli ed altri avevano iniziato nella stagione d'oro dei Collettivi Omosessuali Milanesi e la casa occupata (!!!) di via Morigi 8 dove si esibì tra gli altri, un sabato sera negli anni '80 (o ultimi 70? chissà), una giovane Platinette.


La vita continua, e Corrado si lasciò di nuovo trasportare dalla sua mai abbandonata passione per l'arte come cultura della differenza.
E' per merito suo se abbiamo riletto e rivalutato De Pisis, per esempio, o se è stata data la giusta importanza al genio di Carol Rama. Poi si spostò sul contemporaneo spinto (insieme all'Altro Martedì portò testimonianza ad Architettura anche l'artista di graffiti niuorchese Rammellzee), fino ad essere riconosciuto furbi et orbi come un collezionista e stimolatore d'idee italiano sì, e di livello internazionale. Non l'ho pià frequentato, continuando a seguirlo o leggerlo, di quando in quando, dimmi quando quando quando.

E voilà, nel 2010 ti fa una mostra su Johnny che si masturba e viene ritratto in questa sua reiterata ricerca di sé, giorno per giorno e schizzo per schizzo. Nel 2010 berlusconio e velinio, buco nero che mai avremmo immaginato negli anni della rivolta dandy. Ma c'è internet, adesso i suo disegni (un po' di De Pisis c'è :-) arrivano fino a te che stai leggendo. Forse è anche ripresa light di una suo diario straordinario dell'epoca, New Kamasutra. E' una meraviglia, una boutade, una provocazione, un'affermazione del desiderio, è tutto tranne che arte imbalsamata. L'affermazione sessuale non finisce mai, e non finisce mai di stupirci.



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Allego il molto ben scritto comunicato stampa della galleria, che potete visitare se siete milanesi o milanesizzabili. Per vostra massima comodità, perversi immaginari, è giusto a lato del Mono :-)



Venerdì 17 settembre 2010 Peep-Hole apre la nuova stagione espositiva con una mostra di Corrado Levi.

Corrado Levi è personaggio poliedrico: è architetto, teorico, critico, curatore, docente, libero pensatore e intellettuale colto. Ma Corrado Levi è anche e soprattutto artista, audace e spiazzante, la cui complessità linguistica e creativa è sintesi perfetta della molteplicità di esperienze che ha raccolto, fatto sue e restituito attraverso il contatto con differenti generazioni.

A partire dagli anni ‘80 Levi è stato un influente animatore culturale, specie a Milano, dove ha curato numerose mostre tra cui Il cangiante al PAC - Padiglione d’Arte Contemporanea (1985). Fondamentale è stata inoltre per Milano l’esperienza del suo studio di Via San Gottardo, trasformato per anni in una palestra per giovani artisti dove l’alternarsi di mostre collettive e personali ha fatto dello studio di Levi il primo project space della città.

Per questo, un progetto come Peep-Hole deve anche a una figura come Corrado Levi la sua esistenza. La sua mostra nello spazio di Panfilo Castaldi è un modo per restituire, sia pur in minima parte, quello che lui ha dato agli spazi off e ai giovani artisti. Ma è anche e soprattutto un’occasione per sottolineare il suo spirito di instancabile sperimentatore, di giovane artista, capace di rinnovarsi ogni volta.

Invitato a relazionarsi con lo spazio di Peep-Hole, Levi presenta Quasi, autoamori di Johnny e Una poesia. Un progetto inedito, mai esposto finora, sulla relazione tra erotismo e forma, poli fondamentali della sua ricerca artistica: “L’erotismo è cosa instabile, richiede movimento psichico e fisico, finisce e si rinnova daccapo, come senza tempo. L’oggetto della mostra è erotismo puro: senza Edipo, è metafora di piacere inutile ed indispensabile. La forma è l’altro polo: tende ad essere, comunicare, essenza e speranza di permanenza” (C.L).









Corrado Levi. Quasi, autoamori di Johnny e Una poesia


18 settembre - 7 novembre 2010
martedì – sabato 15:00 – 19:30 o su appuntamento

Peep-Hole via Panfilo Castaldi 33, 20124 Milano
info@peep-hole.org T. +39 338 56 94 112

mercoledì 15 settembre 2010

IMPERIALISMO E BON-TON

Il commissario europeo alla Giustizia Viviane Reding annuncia l'apertura di una procedura d'infrazione contro Parigi per i rimpatri dei Rom e dichiara: "Pensavo che l'Europa non sarebbe stata più testimone di questo tipo di situazioni dopo la seconda guerra mondiale".

Il ministro francese per gli Affari europei Pierre Lellouche reagisce e commenta: "Questo genere di scivolone, cui il Commissario ha aggiunto la sua voce, non è opportuno. La pazienza ha un limite, non è così che ci si rivolge a un grande Stato".

Perché, a un piccolo stato sì?
E cosa fa la Francia se finisce la pazienza?

lunedì 6 settembre 2010

YOKO O NO?

Yoko Ono è stata invitata lo scorso giugno al Festival della Pubblicità di Cannes, evento la cui rilevanza è ogni anno più sfuggente viste le trasformazioni di forma e contenuto della pubblicità nel gran mare della comunicazione. La pubblicità (mio campo di lavoro per una vita) non sa bene dove andare? Se questo porta a Yoko Ono e alla sua intelligenza guizzante, molto ben venga. Sono sempre stato suo fan dagli anni in cui conoscevo solo un'altra persona che aveva il coraggio di esserlo: Maurizio Vetrugno (artista valiente)*.

Yoko, 77 anni portati come vorrei portarli io (quando sarà il momento). Ha un record proprio per questo: è la più anziana tra le persone mai entrate nelle classifiche di vendita dei dischi, a oltre 70 anni con il remix dei Pet Shop Boys di Walking On Thin Ice, ultima canzone registrata con suo marito John alla chitarra.

La sciura Ono in veste di veggente ha dato la sua vision agli uomini della reklama lì presenti: "Ho sempre detto "il messaggio è il medium”, non “il medium è il messaggio”. C’è stato un tempo in cui la frase di Marshall McLuhan era corretta, perché il mondo andava in quella direzione, oggi i media confondono i messaggi, nulla appare più chiaro, i messaggi si perdono dentro ai media”, bisogna tornare all’immediatezza e alla semplicità”. Ma anche sì.

M'è tornato in mente il vaticinio tempo dopo -in uno di quei cortocircuiti che neanch'io so capire- leggendo la newsletter dell'esimia libreria Shake, cantiere della controcultura milanese. Parla di una mostra di scarpe firmate Vivienne Westwood a Selfridges, Londra per pubblicizzare Ribelli con stile. Un secolo di mode radicali, libro dell’artista underground Matteo Guarnaccia, che "...registra con ironia e incanto le tantissime scene creative giovanili – tra cui il punk – sviluppatesi nel Novecento in opposizione alla cultura mainstream."

Bisognerebbe come minimo cambiare l'ultima frase e scrivere "fino al Novecento"... Gli alternativi non s'accorgono che il punk è mainstream, anzi in vendita da Selfridges? Che non fai in tempo a dire o a fare una cosa che il consumismo se l'è già mangiata e te la ripropone come lifestyle?
Direi anzi che se i giovani fossero meno rintronati dalla tecnologia e cattivi come siamo stati noi da punk, ci menerebbero. Forse dal web in poi, non ci esisterà mai più overground e underground, ma solo povertà e ricchezza. E la ricchezza più grande è quella che dà la possibilità di studiare per avere una cultura personale, condivisa. Qualcosa da dire. E ritorno a Yoko Ono: Il messaggio è il medium.

* Sulla spiaggia di Riccione in un giugno o luglio degli anni 80 parlavo con Maurizio del coraggio di una copertina come quella dell'album "Season of Glass" con la foto degli occhiali portati da John Lennon il giorno in cui fu ucciso.
L'album uscì poco dopo e l'impatto fu forte e le semenze dette tante; a chi accusava la vedova Lennon di sciacallaggio (allucinante: i rompicazzo puristi "amanti dei Beatles" che forse pensavano di aver sposato loro John Lennon), Yoko spiegò con la sua sintesi che la controversa foto era per ricordare a tutti che John non era morto: era stato assassinato.
Di nuovo, il messaggio è il medium.

martedì 31 agosto 2010

LIBERAZIONE SESSUALE? CON LA DATA DI SCADENZA?

Sono appena tornato dall’Andalusia, per l’esattezza da Estepona, il pueblo spagnolo dov’è stata in vacanza Michelle Obama e i media riportavano che era a Marbella perché Estepona non fa glamour e la ggente di tutto il mondo conosce meglio Marbella e il suo preteso jet set.

Estepona è un paese davvero particolare della Costa del Sol: differentemente dagli altri della riviera (forse perché lontana, e più vicina al Marocco che a Malaga) ha difeso ostinatamente la sua indipendenza (qualcuno dice che è un’attitudine chiusa e cateta, via di mezzo tra burino e tonto). Questo la rende un posto dove il tempo si è in qualche modo fermato, e il progresso fa la sua comparsa solo con le migliorie tecniche alla vita quotidiana (mejor dicho, quelle che gli esteponeri lasciano passare). E’ difficile da crederlo a 80 km da Torremolinos (che è esattamente l’opposto) ma è vero.

Conosco questa cittadina per motivi famigliari, ci sono tornato quest’estate e ho visto qualche spiraglio del nuovo: ben 2 sex shop, biancheria e giochi erotici (etero) in pieno centro. Ma soprattutto una cosa mi ha colpito a 2 passi dal palazzo dell’Ayunta- miento, il Comune. Mi fa pensare al senso del tempo.

In una via non molto trafficata un muro mi parlava. L’antica usanza di decorare la facciata alternando piastrelle decorative a quelle che riproducono le lettere dell’alfabeto per scrivere il nome del locale, faceva splendere ai miei occhi il nome del Cheers, un pub gay che qui ha tenuto duro per anni. Lo Stonewall Inn di un pueblo qualsiasi? Qualcosa di più e qualcosa di meno.

Anni fa, quando io e il mio compagno siamo venuti qui la prima volta – per motivi, come dicevo, familiari – cercavamo un segnale qualsiasi di presenza omosessuale, gay, come cavolo si voglia chiamarla. Da questo punto di vista, Estepona era (e resta) una tortura: se ti piace l’uomo latino da cinema neorealista questo è un Paradiso Terrestre in negativo, con un andirivieni continuo (anche d’inverno) di uomini bellissimi, con quel modo d'essere senza pretese che in Italia vediamo solo in provincia e nel Sud. Vanno a passeggio con la carrozzina del pupo o da soli, tanto bbboni da farti credere di essere capitato in un film anni '50. Ma sono veri, e del tutto disinteressati a te. Quasi fossero programmati per essere indifferenti al tuo sguardo e al tuo interesse.

A Estepona gli "omosessuali" (per la cui emancipazione e normalizzazione la Spagna di Jorge Luis Rodriguez Zapatero è esplosa come una stella di prima grandezza a illuminare il mondo) semplicemente NON ESISTONO. Continuano a latitare ancora oggi, 10 anni dopo. E i pochi che si vedono sono tanto evidenti da sembrare una parodia per salvare la maschera del perbenismo. Esattamente come negli anni del dileggio e della schiavitù, come se il ridicolo sia il prezzo da pagare per poter poi fare tutto di nascosto, basta che non si sappia. Dove il futuro fatica ad arrivare era ed è così. E la disperazione delle persone moderne o illuminate che ci vivono si trasforma presto in indifferenza o in chilometri: direzione Torremolinos, Siviglia, Madrid.

Ma allora questo Cheers cos’era? Quando ci arrivai una notte anni fa, il padrone attempato e i suoi clienti erano divertiti e sorpresi che le indicazioni di un sito web distratto o improvvisato, riprendendo qualche vecchia guida gay, facessero ancora arrivare qualcuno fin lì... ancor più 2 italiani giovani, curiosi, abbastanza piacenti.
Abbiamo passato lì diverse sere di 3 estati e ci hanno spiegato: a pochi chilometri da Estepona, sempre all’interno del Comune, c’è Costa Natura. Fu la prima spiaggia nudista di Spagna, pioniera del naturismo, oggi quasi uccisa dalla speculazione, circondata da hotel lusso giganteschi ed orribili, per la cui costruzione è stato distrutto gran parte del canneto dietro la spiaggia pubblica che permetteva dall’epoca dei nonni i giochi che i maschi più amano fare tra di loro nei canneti (soprattutto camionisti o lavoratori di passaggio che, sposati, facevano una pausa di riposo chissà perché proprio lì).

Il Cheers era stato il locale di questa divagazione della mentalità hippie nella Spagna profonda, così profonda che se spingi ancora finisci dall’altra parte. E al Cheers non andavano solo i gay, ma i gay ospitavano - forse camuffandosi tra loro - i più aperti tra gli abitanti della wonderland senza vestiti, nordeuropei o spagnoli per cui “non c’era problema”. Al Cheers abbiamo imparato a bere il Pacharan (un liquore di prugna), abbiamo visto ubriacarsi sessantenni amici dei gay dall’epoca che fu, ci siamo fatti raccontare come funzionava. Abbiamo chiesto come mai non si erano ancora suicidati in mezzo a tanta indifferenza; ci hanno risposto che se sapevi aspettare le passeggiate dei padri di famiglia alle 4 di mattina “per portare il cane” avevi di che rimandare l’insano gesto. E se proprio volevi darci dentro ad ore più normali, potevi andare appunto a Costa Natura o al parco naturale di Cabo Pino (Marbella) o nel peccato di Torremolinos.

Quello che rende la vita più bella può essere dimenticato? Ad esempio non è successo con il prete del paese, morto povero dopo aver sempre dato tutto al popolo, aiutò i Repubblicani nascondendoli durante la Guerra Civile, e non celebrò messa di celebrazione alla morte del Dittotore, come chiedevano i franchisti, con le parole "Non mi risulta sia morto nessuno di Estepona". La sua statua giustamente troneggia nel centro del paese.

E anche la cantante Rocio Jurado (quella dell'indimenticabile "Me Ha Dicho la Luna") ha una strada intitolata a sè... Temo che tutto quel che ha a che vedere con la sessualità sia un poco scomodo, e non tutti son pronti per fargli un monumento.
Ma se il Cheers non c’è più, dove finiscono gl’ideali, i sogni, la voglia di vivere di una generazione? Dove va l’energia che riempie le strade, ti fa sentire in un posto speciale, ti dà l’idea che sta svolgendosi una rivoluzione (sessuale, nel caso)? E soprattutto "facciamo storia" lasciamo il segno, sappiamo migliorare?
Mi tornano in mente i ragionamenti di Enzo Lancini, mio sparring partner di una vita, quando si lamentava dell’apparente atemporalità del desiderio omosessuale, del suo eterno ripetersi e non avere storia. Forse è l’assenza di figli a non consentire la costruzione di una TRADIZIONE? O reinventarci è la nostra distinzione, la nostra forza? Quanta colpa dobbiamo dare alla repressione e quante responsabilità alla vigliaccheria? Esiste un amore cui fa comodo non pronunciare il suo nome?
Quanta poesia c'era nella repressione e nel silenzio? E’ curioso domandarselo oggi, e in Spagna, paese che ha sorpreso il mondo aprendo la strada al matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Del Cheers sembra non restare niente se non 6 piastrelle. Forse, come dice Claudio, il mio compagno, siamo parte di un’umanità che - indifferente all'esigenza di riprodursi, e indipendente- mente dal genere o dalla preferenza sessuale - usa cultura e stile per tramandarsi e spedisce messaggi in bottiglia sull’onda del tempo. Ci arrivano nitidi i pensieri di Mae West, Marlene Dietrich, Quentin Crisp, Marguerite Yourcenar, Andy Warhol perché sono come noi.

L’allegria di Paco e degli amici del Cheers non è scomparsa: oltre ad animare queste 4 righe, è nell’aria e si è trasformata in qualcos’altro, forse in una t-shirt di Lady Gaga. O chissà le onde del tempo cambiano percorso ed Estepona semplicemente non è riuscita più ad essere il posto giusto. Ma dovevo scriverne per evitare che i ricordi si perdano come le foto di sconosciuti in un mercatino dell’usato. Almeno accorgersi fa la differenza. E mi dà una debole speranza: che il silenzio non sia più quello di una volta.

mercoledì 7 luglio 2010

SALO', 40 ANNI DOPO.

Mi ha fatto un certo effetto rivedere "Salò o le 120 giornate di Sodoma" il 28 giugno 2010, nel giorno esatto dell'Orgoglio Gay
(il Capodanno degli/delle omosessuali), al Festival MIX MILANO. Ho provato tutt'altre sensazioni rispetto al passato, ho pensato tutt'altre cose rispetto alle altre 2 volte in cui l'ho visto.
Avrebbe innanzitutto mai voluto o immaginato Pier Paolo Pasolini un tributo a lui dedicato in un Festival di Cinema LGBTQ XYZ?

Senz'altro Pier Paolo sarebbe utile oggi a quella nazione sbirola nella forma e nel modo d'essere, o almeno alla sua parte migliore. Ma al 2010 Pasolini non sarebbe mai arrivato: avrebbero trovato modo di ammazzarlo prima comunque.
Il film invece mantiene tutta la potenza espressiva, anzi penso abbia guadagnato in potenza dell'urlo.

Mi sono sempre domandato -me lo chiesi la prima volta vedendo il film, uscito poco dopo la morte del Poeta- se la morte di Pasolini non fosse parte del film. Non riesco ad immaginare un film come "Salò" da parte di un regista in vita. Dopo, cosa avrebbe detto?

Ma vediamo cosa ci dice ora, o almeno cosa dice a me. Mi hanno colpito prima di tutto i quadri futuristi e l'arredamento anni '30 così perfettamente restituito ai nostri occhi. Avendo visto da poco gl'interni di Villa Necchi in "Io Sono l'Amore" di Luca Guadagnino, mi sono chiesto se quegli interni possono essere stati scenografia di qualcos'altro rispetto al male assoluto. Forse no. Ma è mai esistito un "fascismo buono"? Chissà.

Poi mi ha colpito il fatto che tante comportamenti sessuali, un tempo schifosi e innominabili (la golden shower, per esempio), nell'era internet siano stati declassificati a giochini e innocuo passatempo.
Certo non ci sono più i bei ragazzoni e le brave ragazze di una volta i figli del popolo che nel film vengono rappresentati come vittime, quel mondo un po' "buon selvaggio" di cui Pasolini lamentava l'estinzione (forse anche perché gli venivano a mancare i maschi bonaccioni a pagamento disponibili in libera uscita dalla caserma e infatti stava per nascere il movimento gay).

Mi hanno poi infastidito le parole pesanti di Pasolini sulla sodomia: nel film, una forma di sottomissione e annullamento del maschio, paragonabile e forse più efficace (perché ripetibile) dell'omicidio. Mi sono chiesto se era effetto collaterale dell'omofobia introiettata da Pierpa, una descrizione tragica e rituale o solo un "innocente" escamotage di sceneggiatura.
Certo un po' di disprezzo (se non di pallottole) verso gli uomini che amano gli uomini, discorsi così li attirano. Ma forse Pasolini è una figura tragica come il Caravaggio di Derek Jarman ossia totalmente uncorrect e non giudicabile secondo criteri convenzionali.

Mi ha poi stupito quanto il film giochi abilmente con la perversione dello spettatore. Io ammetto che certi momenti di dominazione+accoppiamento tra uomini li trovavo e li trovo comunque eccitanti (tipo il palpamento del baffone superdotato).
In questo senso Pasolini mette in scena (e fa leva sul) sentimento di rivalsa di chi vive un amore "di minoranza". Incredulo, pensa che tutti potrebbero forse essere come lui. Oltre che a ispirare milioni di amori impossibili, su questo sentimento campa oggi tutta la pornografia "gay for pay" o "broken straight" (basta pagarli, e vedrai che ci stanno tutti).

Ma il contrasto di giudizio più forte è sul tema del matrimonio tra uomini: nel film è rappresentato come una gogna, una grottesca sopraffazione dei persecutori sui perseguitati. Ma proprio per il matrimonio molti di noi stanno lottando, e al Festival American Apparel distribuiva in omaggio le t-shirt Legalize Gay.
Siamo rincretiniti del tutto o ci siamo emancipati? E se il capo dei carnefici del film sembra tirato fuori dal manicomio (ha la stessa tinta di Mengacci), quello con la barba sembra sex symbol di un sito bear. E il sadomasochismo è per molti liberatorio.

Ho lasciato perdere con le considerazioni in libertà vigilata mentre la trama proseguiva. Tanto continuava inesorabile il gioco al ribasso del film, dove tutto fa brodo, anzi tutto fa merda. La parte coprofila è infatti l'unico vero tabù che resta nel film, a tutt'oggi inosabile, sfregio assoluto.
Ma bisogna riconoscere che il talento profetico del film si è avverato e di merda da allora a oggi ne abbiamo mangiata grazie alla TV spazzatura, ai capovolgimenti del senso comune, alla discesa del minimo comun denominatore collettivo.
Il Capo della Protezione Civile che tra un aiuto ai terremotati e l'altro va a farsi fare i massaggi in un Centro Estetico, puttane -escort- candidate al Comune che nascondono il registratore mentre trombano con il Presidente del Consiglio e si vendicano per non essere state aiutate a costruire palazzine, la Chiesa che ha da dire se in Belgio perquisiscono i suoi archivi in cerca di prove contro i preti pedofili... Forse siamo nel bel mezzo dei racconti delle ammalianti signore del film.

Aspettiamo dunque che "Salò o le 120 giornate di Sodoma" finisca per poter giudicare.

Ricordo che il film era proiettato a MIX MILANO, il Festival di Cinema LGBTQ XYZ osteggiato dall'Amministrazione Comunale che però concede la propria sede, Palazzo Marino, per una festa di stilisti omosessuali, ed evasori fiscali. A Milano, città Medaglia d'Oro della Resistenza.