mercoledì 3 novembre 2010

LO STATO DELLE COSCE.

In un evento chiamato Motorshow (il che già la dice lungo e duro) l'attuale Presidente del Consiglio Italiano esibisce il motore che ha (o pensa di avere) tra le gambe: ''Meglio essere appassionati di belle ragazze che gay''. Molta gente civile è saltata sulla sedia (non mentre parlava: applaudivano), gay e lesbiche si sono offesi, tutti i media del mondo ne hanno parlato.
A me succede molto poco, la cosa non mi stupisce né mi fa arrabbiare. E mi chiedo il perché di quest'indifferenza; proprio io che ho per immagine di profilo facebook la mia ostilità come italiano verso quest'uomo indegno. Aspetto che reagiscano altri, più titolati o famosi di me, come la signora De Santis, Presidente dell'AGEDO o il fin troppo misurato Nichi Vendola. E' che mi sento una pila esausta. Poi ascoltando Vincent Delerm e una canzone, "Un temps pour tout", capisco. Forse il suono della lingua francese aiuta l'introspezione.

Mi domandano molte volte se ho subito danni per omofobia, se ne ho sentito il peso, e sono sicuro di sì. Tanta, troppa, una valanga non misurabile. Ma quando me lo chiedono esito a rispondere: per pudore o per evitare di sembrare un baüscia, il martire che si fa bello delle proprie ferite. La traiettoria umana e professionale di un uomo affermativo come me, un affabulatore (a volte encantador come mi dicono lusingandomi gli spagnoli), uno che nella vita ha avuto buon successo e visibilità professionale, sembrerebbe dimostrare il contrario della discriminazione.
Ma so soltanto io quanto tutto questo mi è costato "nonostante" la mia omosessualità. E sottolineo che se anche fosse "grazie a", non sarebbe differente. Anzi, forse sarebbe peggio.

E' che sull'omosessualità si punta troppo l'attenzione, e in modo squallido. E' come se mentre fanno finta di ascoltarti ti guardassero la patta, per scoprire se qualcosa si muove. E se sei una donna si domandano come fai a non riempire il tuo tempio libero con il sacro mattarello. Un orrore infinito.
Mi è capitato di pensare a questo "difetto di normalità" recentemente, nell'ultima posizione lavorativa "prestigiosa", Direttore Creativo in un'agenzia di pubblicità dov'ero accettato come niente fosse. Appunto "come niente fosse". Come se io nella vita quotidiana immaginassi il tipo di coito che il cretinetti tollerante di turno ha. Ma non è come se niente fosse: le montagne di fango davanti alla porta di casa ho dovuto spalarle via io. La discriminazione è nella parola stessa. E poi, che ridere, ero il capo. Fossi stato l'ultimo degli ultimi, senza un armatura caratteriale e una posizione a difendermi?

Noi, uomini che desideriamo gli uomini o le donne che amano le donne, viviamo sotto dittatura. Life during wartime, cantavano i Talking Heads. Ed è come se ci nascondessimo nei rifugi quando cadono le bombe, magari bombe del fuoco amico tipo gli stilisti o la moda o lo sfruttamento della nostra sessualità per farne carne da McChicken. Il consumismo ci libera e ci sfrutta.

Come sogno la banalizzazione dell'omosessualità!, delle sue presunte differenze magiche e delle proiezioni che su questo desiderio / orientamento fanno la cultura ufficiale, la religione, il senso comune. Come auguro che nelle prossime generazioni diventi un particolare meno significante (succederà mai?), un tratto del carattere.
Certo, bisognerebbe insegnare nelle scuole la parità di amore, le regole di comportamento corretto verso sé e gli altri. Ma dubito, proprio per questo, che il cambiamento avverrà. La paura, diceva Rainer Werner Fassbinder, mangia l'anima.

Mentre la guerra e i bombardamenti continuano, rispetto (anche se ho fatto la scelta opposta) gli uomini e donne che restano nascosti nell'armadio, comodo e sicuro, coperti da una moglie (che gli spagnoli chiamano tapadera) o da un marito (chissà che definizione ne daremmo, non è un caso che non esista).
E resta la domanda: se vivremo più liberi non rischieremo di perdere l'ispirazione o quella particolarità che ci contraddistingue? E' quel che si domandava Dominique Fernandez anni fa in un illuminate saggio "Il ratto di Ganimede". Poi è arrivata internet, e ciascuno di noi con un po' di buona volontà può trovare conferme, amici, fidanzamenti, sesso a volontà (sempre restando attenti a non diventare carne per McChicken).
Ma con il rimpianto targato "si stava meglio quando si stava peggio" non saremmo mai arrivati a un Presidente come Barack Obama. E certo, Obama non ha fatto neanche un decimo di quel che avrebbe dovuto rispetto a quanto promesso ed è già in crisi, coi fascisti 3.0 del Tea Party che si presentano moderni e spigliati per riaffermare il peggio, invadere un altro Iraq e lasciar morire gli ammalati poveri. Questo ci fa domandare se la coscienza, l'autopercezione (quello che ci differenzia dagli animali) non si trasforma in menzogna e non dimostri che la razza umana è un esperimento fallito. Può essere, ma finché stiamo qui non diamola vinta.

Ma tornando al campo della sessualità, dove l'autopercezione lo cambia todo (gli animali ci mettono 15 secondi per raggiungere l'orgasmo, noi scriviamo la Divina Commedia o Alla Ricerca del Tempo Perduto). E un aspetto "incatalogabile" come il desiderio e l'amore per le persone del proprio sesso manda tutto in tilt. Religioni (specie quelle monoteiste, con il dio vigile urbano) e i poteri consacrati ci speculano da sempre. Come può stupire se non lo faccia al Motorshow il Silvioshow?

Né consola l'acquitrino che ci circonda. Facciamo un giro nelle pagine web o faccialibro dedicati alla notizia. "Berlusconi vuol rendere capro espiatorio la categoria più debole i gay per distogliere l'opinione pubblica dai suoi casini", osserva un anonimo commentatore su internet. Il problema, a me sembra, è l'anonimato del commentatore. Qualcuno se la prende con chi, nel video della dichiarazione omofoba, saluta la frase con gli applausi. Ma è difficile immaginare che al Motorshow si applauda a Martine Rothblatt.
Una tale Giorgia difende il Premier dalle accuse degli avversari politici: “Ma l’On.le Di Pietro perchè si scalda cosi? Che c’azzecca con i gay?“. (dobbiamo leggere "...ma come? è maschio anche Di Pietro! mi farei montare da lui più che da Berlusconi!"). Poi c'è una certa Silvia: ”Il Presidente ha detto che non è gay. Famiglia Cristiana cosa dirà oggi? Lo criticherà?“ (ricordiamo che il Giornale di casa Berlusconi, accusando di omosessualità il direttore del quotidiano cattolico Avvenire, lo costrinse alle dimissioni). E c'è anche chi dice: “Cara sinistra, invece di pensare a chi gradisce le donne perchè non pensate ai Sircana e ai Marrazzi vostri?“. E non ne usciremo presto, a sentire un giornale che visto dall'Italia pare comunista, l'americano Time: "Mediaset ha determinato un cambio di gusti tanto profondo che per i prossimi 30 anni gli italiani saranno più berlusconizzati di Berlusconi.”. Anche perché Papi non ha fatto altro altro che dare valore e personificare come vincente la pattumiera mentale che c'era prima.

Parlano tutti, e noi siamo costretti a vivere sotto i bombardamenti. Ma almeno c'è intorno il mondo che ci regala un lieto intervallo: le dichiarazioni a proposito di Julienne Moore, un mio idolo di tutta la vita. Non basta, ma consola.

martedì 26 ottobre 2010

COSA RACCOGLIAMO INSIEME ALLE ARANCE.

Un pomeriggio di qualche giorno fa in via Dante (centro città di Milano) ho risposto sbrigativamente, con un gesto di stizza, a un ragazzo di colore che voleva vendermi qualcosa (libri, immagino). Avevo le mie ragioni, temevo d'aver perso il portafogli. Ma mi ha colpito la naturalezza e l'incredulità bonaria con cui lui ha reagito: "Eh, ma non vuoi parlare con me?". Per fortuna poi ho ritrovato il portafoglio, e quella stessa sera ho visto un film al Mexico di Milano, il cinema che è (quasi sempre) una garanzia. Era "Il Sangue Verde", premiato a Venezia e che ho perso quando l'hanno trasmesso su RAI3 che lo coproduce. Ero felicissimo di vederlo su grande schermo, in una serata organizzata da La Terra Trema, gruppo di riflessione e azione sui temi dell'alimentazione, agricoltura e allevamento sostenibili.

Il film mi ha fatto ripensare al ragazzo del pomeriggio e vergognare d'essere italiano e forse anche di essere umano. Il regista Andrea Segre racconta con umanità i fatti di Rosarno di qualche mese fa. Il punto di vista è quello della manodopera, ragazzi di colore intelligenti ma che parlano inglese o francese e non italiano (si sa, capita).
Il film incrocia sapientemente la loro storia e la cronaca con i problemi delle terre di Calabria che li hanno ospitati e respinti. Strappate al latifondo per darle al lavoro di piccoli agricoltori con le lotte degli anni '50 sono state poi espropriate dai soldi arrivati con lo "sviluppo" e le autostrade (i costruttori di strade avevano soldi mai visti prima). Aggiungiamo a questo l'emigrazione e l'uso distorto degli aiuti CEE. Fino ad oggi, giorno in cui la 'ndrangheta tratta questi ragazzi che raccolgono le arance come nuovi schiavi nell'indifferenza della popolazione e con l'insulto del nostro inetto governo (è sì che fan le lampade e vanno alle Maldive per sembrare più belli e negri, o no?).

Quello che il film dice è che la globalizzazione ci mette di fronte a problemi di incomunicabilità che qualcuno sfrutta, e forse sta nascendo un razzismo DOP italiano.

Per la prima volta avevo davanti a me 2 nuovi italiani che chiedevano solo dignità in quanto braccianti e zappatori. Era sconfortante sentir dire cose tipo "Non è giusto che veniamo maltrattati perché facciamo un lavoro duro che nessun altro vuole fare fare, ma è anche necessario. Noi lavoriamo, stiamo facendo il bene dell'Italia. E se ci pagano solo 25 euro al giorno non vale neanche la pena di lavorare... e non possiamo mandare i soldi alla nostra famiglia" (capivi che l'aspirational televisivo permette al tonto di giudicare questa gente inferiore e proiettare su di loro la vergogna della povertà con cui le TV berluscone hanno innaffiato l'Italia. E continuavano i ragazzi: "Io in Africa non ho mai dormito per terra e senza riscaldamento". E il tonto neorazzista italiano giustifica il razzismo facendo proprio il vecchio luogo comune che in Africa vivono ancora sugli alberi). Ma altro che jungla: molti di questi ragazzi scappano dalla guerra (postcolonialista): per esempio quando la madre di un ragazzo presente al cinema gli ha detto "Hanno già ucciso tuo padre e tuo fratello... Col carattere impulsivo che hai puoi fare una sola cosa, per la mia tranquillità: andartene". E lui è finito a Rosarno.
Raccontavano che se pioveva durante il raccolto delle arance, i calabresi "istintivamante" facevano smettere di lavorare e chiamavano sotto i ripari gli altri bianchi: bulgari, polacchi, romeni ma lasciavano i neri nei campi a raccogliere arance e mandarini, con l'acqua che entrava negli impermeabili nella stagione già inclemente. Come se i negri fossero più resistenti. Resistenti anche all'ignoranza, effettivamente quando commentano mezzi serafici e mezzi rassegnati: "Ok la solidarietà della pelle (quasi giustificandola, NdR) ma non è giusta questa solidarietà della pelle. Stavamo lavorando!".

Per fortuna c'era anche qualcosa di positivo e con la pelle bianca in quella serata: ad esempio la testimonianza di un uomo piemontese, un laureato che si è messo da qualche anno a fare formaggi di capra (zona Canelli). Sarebbe andato il giorno dopo a Bruxelles per chiedere all'Unione Europea che i finanziamenti all'agricoltura aiutino soprattutto le piccole medie aziende con il vincolo di mettere in regola gli immigrati.
Quest'uomo, Fabrizio, ha fatto nascere in me che sia nato un razzismo tutto italiano. Fabrizio faceva notare come l'ignoranza in quest'era di benessere prende nuove e impreviste forme: il razzismo coincide con il declassamento della donna a oggetto sessuale e con l'omofobia. Cancellare la diversità per arroccarsi nell'ignoranza e vivere di rimpianto per quei pochi anni che restano da vivere. L'Italia é marcia delle sue paranoie, dei suoi limiti che diventano vendetta e indifferenza contro i nuovi poveri? Sì certo, se marcio o terribilmente complicato non fosse il mondo, con tutte queste guerre in queste ex colonie dell'Occidente, e scappare non è più impossibile come un tempo. E quando la Signora Merkel dice che il multiculturalismo è un fallimento, ci indichi un percorso alternativo all'ascolto e all'integrazione. Piani B non ne vedo.

A fine spettacolo sono andato a ringraziare personalmente i 2 ragazzi presenti alla proiezione che venivano dal paradiso di Rosarno. Ero contento di non trovarmi davanti a un venditore di oggetti inutili ma a 2 persone emozionate, 2 gran bei ragazzi, 2 cittadini che mi chiedevano - e m'insegnavano - umanità.

martedì 12 ottobre 2010

IMPRINTING.

(già dal titolo, argomento congeniale a Radio Pavlov!)
Mi sono sempre domandato come funzionano desiderio e attrazione ossia perché una persona ci piace eroticamente e un'altra no.
L'estetica generata dall'arte classica greca e romana, o il canone rinascimentale sono per noi italiani parametri fondamentali a cui aggiungerei forse un pizzico di cinema neorealista. Poi è arrivata la TV commerciale, e in seguito internet o la globalizzazione con la relativizzazione e perdita di parametri che spinge molti a tatuarsi come carte geografiche per segnare almeno sul proprio corpo il territorio conosciuto. Ma la bellezza vera è una cosa, Fabrizio Corona un'altra.

Tornando a me e al mio senso della realtà desiderabile, unisco l'aspetto estetico/erotico al possesso d'intelligenza. I 2 ingredienti sono per me indissolubili, anzi lo diventano vieppiù col passare degli anni. Sono definitivamente lesbico, dovessi dirlo con una battuta, e l'approccio schizz'n'go alla vita, così diffuso tra gli omosessuali maschi mi lascia quasi del tutto indifferente. Sono un silver daddy coerentemente vintage.

Fatta la premessa, passiamo alla messa. Per un improvviso cortocircuito tra circostanze Facebook e ricordi, sono andato oggi a cercare qualcosa su un nome che da anni mi tornava in mente. E mi sono così reso conto della potenza di una figura che ha fatto da imprinting su ciò che trovo desiderabile nella vita e nella maschilità: Alberto Manzi, quello di "Non è mai troppo tardi".
Spiego a chi, tra i miei 25 lettori, è molto più giovane di me (grazie) o agli amati spagnoli. Negli anni '60 del secolo scorso, ossia quand'ho cominciato a capire le cose e un po' enfant prodige a leggere e scrivere, c'era quest'uomo in TV diventato poi figura mitologica: era un maestro che faceva lezione e alfabetizzava l'Italia del dopoguerra, cercando di dimuinire differenze regionali, svantaggio sociale e arretratezza. Aveva una personalità forte, stile coinvolgente e mai noioso, ed è per me diventato esempio e modello di riferimento.

Se devi spiegare argomenti, anche difficili, prova a farlo usando parole semplici o almeno aiuta la comprensione, circonstanziando bene gli argomenti ardui in un discorso fluido. Per i casi della vita poi il mio mestiere non è stato quello dell'insegnante, ma il pubblicitario (versione più glamour e moderna, senz'altro meglio retribuita del divulgatore) ma l'imprinting è stato quello. Ma quando ho fatto le trasmissioni radio e mi sono "riprogrammato" nella pronuncia e nello stile espressivo per essere compreso, il primo maestro è senz'altro stato quel bell'uomo di Alberto Manzi. Io, come l'Italia cuoriosa e attenta, pendevo dalle sue labbra (belle). Quando ho detto per anni che l'intelligenza mi eccita (aiutata dalla bellezza che riesce a generare), cercavo quelle labbra mediterranee.

Su wikipedia ho letto della sua gloriosa rivolta, lasciate le trasmissioni e tornato insegnante, contro l'introduzione dei giudizi da dare sugli alunni a scuola al posto dei voti.
Alberto Manzi li trovava assolutamente inadeguati: "Non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest'anno, l'abbiamo bollato per i prossimi anni".
E quando per questo lo sospendono dall'insegnamento (lui! a cui dovevano dare il Ministero della Pubblica Istruzione!) si mostrò disponibile a una valutazione riepilogativa unica per tutti i ragazzi con un timbro (!!!) il giudizio era: "Fa quel che può, quel che non può non fa". E quando il Ministero della Pubblica Istruzione si mostra contrario alla valutazione timbrata. Manzi risponde dicendo: "Non c'è problema, posso scriverlo anche a penna".

Forse evitare il timbro è una cosa che può aiutare in quest'epoca di neoanalfabetismo digitale, dove l'espressione di sé è limitata ai 140 caratteri di un sms o Twitter e si ferma per paura già prima. L'intelligenza non può esibirsi, per esempio, nei profili di ricerca dell'anima gemella o di cucco online, e le descrizioni di sé fanno pensare alla razza umana come a un esperimento malriuscito.
"Va' avanti" è l'imperativo morale, non perdere fiducia o pazienza. "Non è mai troppo tardi".

giovedì 7 ottobre 2010

IL RUMORE DEL SILENZIO.












Ci sarebbe molto da dire sull'angosciante vicenda della piccola Sarah uccisa e violentata dallo zio, sulla cugina che sapeva e copriva, sullo zio che rilasciava interviste, sulla madre di Sarah che avevi sospetti, sul tanto sbandierato "valore dalla famiglia" vs la violenza spaventosa che in realtà può esercitare (come diceva Susan Sontag).

Il semplice svolgersi degli avvenimenti non si discosta molto da una fiaba di Perrault o dei Fratelli Grimm: ne sarebbe solo una versione contemporanea ed elettrificata.

Ma qui purtroppo c'è proprio di più: c'è una vergogna provata dallo spettatore (ad esempio me, che neppure guardo la TV) e che trova paragone solo, chissà, con quella provata del pubblico nell'inesorabilità intensa e rituale della tragedia greca antica. Ma lì era solo rappresentazione e portava alla catarsi. Qui porta all'audience e lascia la ferita aperta.

Ci sarebbe molto da dire sull'esposizione pubblica del privato cui siamo ormai abituati, sulla violenza esercitata verso persone consenzienti facendo leva sulla loro vanità. Questa violenza è arrivata al punto di non ritorno nell'immagine della madre di Sarah pietrificata mentre riceve la notizia della confessione di suo cognato seduta nel salotto della casa di lui, in diretta TV.

E' l'implosione della cosiddetta normalità. E' la messinscena che non riesce più ad autocertificarsi come verità. E' il Grande Fratello con il morto, la povera ragazza che dal paesello voleva scappare.

E' scontro tra istinto/civiltà ancestrale da un lato e mondo "moderno"/culto dell'immagine dall'altro. Barbablu voleva approfittarsi della nipotina, l'ha fatto e non siamo riusciti a spegnere la TV in tempo.

Ci sarebbe molto da dire, l'urlo morale chiede "ma stai zitto", e non ce la faccio. Ho vergogna che una cosa del genere sia successa.

mercoledì 22 settembre 2010

CORRADO LEVI, 2010. <---- Quasi, autoamori di Johnny----> e <---- Una poesia ---->



































Sono stato venerdì scorso all'inaugurazione di una personale di Corrado Levi, che termina così il suo periodo di riflessione a Marrakech (troppi nuovi ricchi? chissà) e torna tra noi. Difficile dire cosa sia per me - e per una o più generazioni - Corrado. Un maestro, un fratello maggiore, un amico, uno stimolo, un punto di paragone de toda la vida.

La sua intelligenza delle cose, inesorabile e imprendibile insieme, mi è comparsa per la prima volta tanti anni fa attraverso dispense delle tesi di laurea dei suoi studenti e del gruppo di lavoro "Dalle Cantine Frocie" alla facoltà di Architettura a Milano. Uno dei temi che - da giovane uomo - mi colpì e cambiò tutto era lo studio delle posizioni di vita nelle case famigliari e della mediocrità assoluta (impossibile) come metro mentale di misura del design dei mobili e degli oggetti. Le cose di tutti i giorni favorivano una prossemica e rispettavano una scala dei valori patriarcale che diventava la dittatura della (cosiddetta) normalità eterossuale, una dittatura che permea e informa di sé l'intera realtà fino quasi a non permetterti (senza accorgertene) di esistere veramente.

Corrado insegnava Composizione Architettonica 4 (se ricordo bene) ad Architettura Milano degli anni d'oro. E anzichè battagliare contro i contestatori, era uno di loro su un altro piano. Avevi quasi imparato tutto? Eri vicino alla laurea? Volevi fare l'architetto? Lui ti consigliava, ti correggeva e ti guidava in una scoperta e costruzione della qualità diversa della vita. Inutile dire, molti che nel tempo sono diventati miei amici avevano studiato con lui.

L'innnamoramento mio fu poi corrisposto: qualche anno dopo Corrado impazziva per una delle cose più belle che ho fatto in vita mia l'Altro Martedì (versione classic, quello dei primi anni).
E' stata la prima trasmissione radio gay d'Italia con grandi numeri d'ascolto, a Radio Popolare Milano. L'Altro Martedì - con una struttura a rubriche e servizi, come fosse un magazine audio - usava il linguaggio delle favelas omosessuali invisibili per costruire la rivalsa e tirare bordate non stop contro la cosiddetta normalità. Non si era per nulla infastidito se in un nostro radiodramma parodia Cunsciada De Pedra, c'era un personaggio che era un suo avatar, Corrida Levis che regalava jeans ai ragazzotti boni per conquistarli (se ricordo bene).

Il rapporto è continuato nel tempo, e l'Altro Martdì è diventato addirittura per un anno accademico materia di studio ed esame nel suo corso.
Dopo una prima lezione sul tema "La Notte" (ossia la capacità degli omosessuali di cambiare senso, nomi e destinazione d'uso ai luoghi della città di notte) l'entusiasmo portò gli studenti a chiedere per acclamazione una seconda lezione (che Corrado fissò subito) sul Parrucchierismo e il Poveradonnismo, ossia la lettura delle canzonette sguince come colonna sonora di un'esistenza che non poteva basarsi sui testi nobili della letteratura e della convenzione per dare un senso alla realtà.
Le canzoni della Mina, la Patty e la Berté (e decine altre) diventavano le miniere dove si estraeva un senso della vita altro, quello che si celebrava - per esempio - ogni sera ai Bastioni di Porta Venezia prima ancora che fosse importata la parola cruising (ma già si diceva battuage) o alla Nuova Idea (una discoteca vicino alla Stazione Garibaldi oggi distrutta per far spazio al cemento e avrebbe dovuto essere invece preservata, chessò, come la Valle dei Templi o la casa natale di Biki).

Quest'ultima lezione divenne appunto materia d'esame, e memorabile fu ad esempio la performance della mia amica Luisa che si presentò con Novella 2000 contenente servizio fotografico su Orietta Berti truccata da punk (!!!) e il mangiadischi con diversi 45 giri per approfondire le sue personali ricerche ed approfondimenti. Quando le trovo, se interessano, posso mettere online o inviare le dispense autografe di questa lezione.

Credo vedesse nel nostro percorso - tra dada e punk, tra derisione e costruzione di senso- la continuazione di lui Corrado, Mario Mieli ed altri avevano iniziato nella stagione d'oro dei Collettivi Omosessuali Milanesi e la casa occupata (!!!) di via Morigi 8 dove si esibì tra gli altri, un sabato sera negli anni '80 (o ultimi 70? chissà), una giovane Platinette.


La vita continua, e Corrado si lasciò di nuovo trasportare dalla sua mai abbandonata passione per l'arte come cultura della differenza.
E' per merito suo se abbiamo riletto e rivalutato De Pisis, per esempio, o se è stata data la giusta importanza al genio di Carol Rama. Poi si spostò sul contemporaneo spinto (insieme all'Altro Martedì portò testimonianza ad Architettura anche l'artista di graffiti niuorchese Rammellzee), fino ad essere riconosciuto furbi et orbi come un collezionista e stimolatore d'idee italiano sì, e di livello internazionale. Non l'ho pià frequentato, continuando a seguirlo o leggerlo, di quando in quando, dimmi quando quando quando.

E voilà, nel 2010 ti fa una mostra su Johnny che si masturba e viene ritratto in questa sua reiterata ricerca di sé, giorno per giorno e schizzo per schizzo. Nel 2010 berlusconio e velinio, buco nero che mai avremmo immaginato negli anni della rivolta dandy. Ma c'è internet, adesso i suo disegni (un po' di De Pisis c'è :-) arrivano fino a te che stai leggendo. Forse è anche ripresa light di una suo diario straordinario dell'epoca, New Kamasutra. E' una meraviglia, una boutade, una provocazione, un'affermazione del desiderio, è tutto tranne che arte imbalsamata. L'affermazione sessuale non finisce mai, e non finisce mai di stupirci.



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Allego il molto ben scritto comunicato stampa della galleria, che potete visitare se siete milanesi o milanesizzabili. Per vostra massima comodità, perversi immaginari, è giusto a lato del Mono :-)



Venerdì 17 settembre 2010 Peep-Hole apre la nuova stagione espositiva con una mostra di Corrado Levi.

Corrado Levi è personaggio poliedrico: è architetto, teorico, critico, curatore, docente, libero pensatore e intellettuale colto. Ma Corrado Levi è anche e soprattutto artista, audace e spiazzante, la cui complessità linguistica e creativa è sintesi perfetta della molteplicità di esperienze che ha raccolto, fatto sue e restituito attraverso il contatto con differenti generazioni.

A partire dagli anni ‘80 Levi è stato un influente animatore culturale, specie a Milano, dove ha curato numerose mostre tra cui Il cangiante al PAC - Padiglione d’Arte Contemporanea (1985). Fondamentale è stata inoltre per Milano l’esperienza del suo studio di Via San Gottardo, trasformato per anni in una palestra per giovani artisti dove l’alternarsi di mostre collettive e personali ha fatto dello studio di Levi il primo project space della città.

Per questo, un progetto come Peep-Hole deve anche a una figura come Corrado Levi la sua esistenza. La sua mostra nello spazio di Panfilo Castaldi è un modo per restituire, sia pur in minima parte, quello che lui ha dato agli spazi off e ai giovani artisti. Ma è anche e soprattutto un’occasione per sottolineare il suo spirito di instancabile sperimentatore, di giovane artista, capace di rinnovarsi ogni volta.

Invitato a relazionarsi con lo spazio di Peep-Hole, Levi presenta Quasi, autoamori di Johnny e Una poesia. Un progetto inedito, mai esposto finora, sulla relazione tra erotismo e forma, poli fondamentali della sua ricerca artistica: “L’erotismo è cosa instabile, richiede movimento psichico e fisico, finisce e si rinnova daccapo, come senza tempo. L’oggetto della mostra è erotismo puro: senza Edipo, è metafora di piacere inutile ed indispensabile. La forma è l’altro polo: tende ad essere, comunicare, essenza e speranza di permanenza” (C.L).









Corrado Levi. Quasi, autoamori di Johnny e Una poesia


18 settembre - 7 novembre 2010
martedì – sabato 15:00 – 19:30 o su appuntamento

Peep-Hole via Panfilo Castaldi 33, 20124 Milano
info@peep-hole.org T. +39 338 56 94 112

mercoledì 15 settembre 2010

IMPERIALISMO E BON-TON

Il commissario europeo alla Giustizia Viviane Reding annuncia l'apertura di una procedura d'infrazione contro Parigi per i rimpatri dei Rom e dichiara: "Pensavo che l'Europa non sarebbe stata più testimone di questo tipo di situazioni dopo la seconda guerra mondiale".

Il ministro francese per gli Affari europei Pierre Lellouche reagisce e commenta: "Questo genere di scivolone, cui il Commissario ha aggiunto la sua voce, non è opportuno. La pazienza ha un limite, non è così che ci si rivolge a un grande Stato".

Perché, a un piccolo stato sì?
E cosa fa la Francia se finisce la pazienza?

lunedì 6 settembre 2010

YOKO O NO?

Yoko Ono è stata invitata lo scorso giugno al Festival della Pubblicità di Cannes, evento la cui rilevanza è ogni anno più sfuggente viste le trasformazioni di forma e contenuto della pubblicità nel gran mare della comunicazione. La pubblicità (mio campo di lavoro per una vita) non sa bene dove andare? Se questo porta a Yoko Ono e alla sua intelligenza guizzante, molto ben venga. Sono sempre stato suo fan dagli anni in cui conoscevo solo un'altra persona che aveva il coraggio di esserlo: Maurizio Vetrugno (artista valiente)*.

Yoko, 77 anni portati come vorrei portarli io (quando sarà il momento). Ha un record proprio per questo: è la più anziana tra le persone mai entrate nelle classifiche di vendita dei dischi, a oltre 70 anni con il remix dei Pet Shop Boys di Walking On Thin Ice, ultima canzone registrata con suo marito John alla chitarra.

La sciura Ono in veste di veggente ha dato la sua vision agli uomini della reklama lì presenti: "Ho sempre detto "il messaggio è il medium”, non “il medium è il messaggio”. C’è stato un tempo in cui la frase di Marshall McLuhan era corretta, perché il mondo andava in quella direzione, oggi i media confondono i messaggi, nulla appare più chiaro, i messaggi si perdono dentro ai media”, bisogna tornare all’immediatezza e alla semplicità”. Ma anche sì.

M'è tornato in mente il vaticinio tempo dopo -in uno di quei cortocircuiti che neanch'io so capire- leggendo la newsletter dell'esimia libreria Shake, cantiere della controcultura milanese. Parla di una mostra di scarpe firmate Vivienne Westwood a Selfridges, Londra per pubblicizzare Ribelli con stile. Un secolo di mode radicali, libro dell’artista underground Matteo Guarnaccia, che "...registra con ironia e incanto le tantissime scene creative giovanili – tra cui il punk – sviluppatesi nel Novecento in opposizione alla cultura mainstream."

Bisognerebbe come minimo cambiare l'ultima frase e scrivere "fino al Novecento"... Gli alternativi non s'accorgono che il punk è mainstream, anzi in vendita da Selfridges? Che non fai in tempo a dire o a fare una cosa che il consumismo se l'è già mangiata e te la ripropone come lifestyle?
Direi anzi che se i giovani fossero meno rintronati dalla tecnologia e cattivi come siamo stati noi da punk, ci menerebbero. Forse dal web in poi, non ci esisterà mai più overground e underground, ma solo povertà e ricchezza. E la ricchezza più grande è quella che dà la possibilità di studiare per avere una cultura personale, condivisa. Qualcosa da dire. E ritorno a Yoko Ono: Il messaggio è il medium.

* Sulla spiaggia di Riccione in un giugno o luglio degli anni 80 parlavo con Maurizio del coraggio di una copertina come quella dell'album "Season of Glass" con la foto degli occhiali portati da John Lennon il giorno in cui fu ucciso.
L'album uscì poco dopo e l'impatto fu forte e le semenze dette tante; a chi accusava la vedova Lennon di sciacallaggio (allucinante: i rompicazzo puristi "amanti dei Beatles" che forse pensavano di aver sposato loro John Lennon), Yoko spiegò con la sua sintesi che la controversa foto era per ricordare a tutti che John non era morto: era stato assassinato.
Di nuovo, il messaggio è il medium.